Con le ondate di distruzione causate dal crollo finanziario globale è arrivato un significativo momento di riflessione obbligatoria. Se tale disastro ha investito il pianeta, quali lezioni si possono trarre per smantellare il meccanismo che lo ha causato in primo luogo?
I rimedi proposti dai governi in tutto il mondo non stanno funzionando come conferma ogni reale indicatore economico. L'eterna influenza corruttrice dei soldi nelle politiche e disegni del governo non ha fatto altro che garantire che qualunque metodo verrà usato per salvare l'economia dalla bocca della balena sarà come gocce di pioggia su un fiume. L'unico schiacciante fattore che non sembra venir preso in considerazione nell'equazione è che per tirarsi fuori dal pasticcio finanziario si ha bisogno di risorse finanziarie. Non quelle prese in prestito ma quelle risparmiate. Qui è l'asso nella manica della Cina.
Gli Stati Uniti hanno un deficit finanziario reale di 53 trilioni di dollari che non potranno mai ripagare.
L'Inghilterra è sulla buona strada nel distruggere la sua moneta e far crescere il suo debito e così è la Francia.
La Cina, invece, è nella particolare condizione di avere 1.9 trilioni di dollari in riserve di moneta estera. Questo la mette in una posizione esclusiva rispetto al resto del mondo. Mentre quest'ultimo era impegnato nel consumare tutto quello che la Cina produceva, i Cinesi stavano accumulando un enorme cuscino di contante reale che adesso possono usare per deviare la concentrazione da un'economia che verte sull'esportazione a una che comincia a focalizzarsi sulla domanda interna. I principi economici per una ripresa in Cina sono più evidenti che nel resto del mondo perché non c'è mai stato lo stesso consumo esagerato spinto dal credito che era la forza trainante per il PIL in tanti altri paesi. Persino su base individuale i risparmi familiari sono saliti a 382.7 miliardi di yuan rispetto al mese precedente (ottobre 2008).
Il piano di stimolo di 585 miliardi di dollari della ''Central Economic Work Conference'' si rivolge a molte aree che sono essenziali nell'incrementare la domanda e il potere d'acquisto del consumatore interno.
Progetti per le abitazioni in città per famiglie a basso reddito, sussidi per le famiglie di campagna a basso reddito, fondi per l'assistenza sanitaria e l'educazione. La Cina sta anche sostenendo le industrie dell'acciaio, automobilistiche e delle telecomunicazioni abbassando le tasse e incoraggiando l'innovazione con sussidi per la ricerca e lo sviluppo. L'importazione di ferro grezzo sta aumentando e l'acciaio prodotto viene conservato per un utilizzo futuro. L'ultimo punto è importante perché presenta la Cina con un vantaggio nei costi di fabbricazione di base visto che la caduta dei prezzi nel trasporto e nella merce ha mostrato che essa ha costituito le sue riserve a prezzi da reparto delle occasioni.
Questo è investimento reale con denaro reale disponibile. La Cina ha risparmiato per i tempi di magra e, adesso che sono arrivati, può approfittare delle sue risorse. Ci vorrà del tempo per la Cina per risollevare la sua enorme economia ma almeno non si devono preoccupare di ripagare un debito impossibile da pagare al resto del mondo. Mentre tutti gli altri paesi stanno cercando disperatamente di formulare un piano di salvataggio alimentato da un incremento nel debito pubblico, la Cina non si deve preoccupare, e questo sarà il suo vantaggio principale.
L'investimento nel potere d'acquisto e nelle prospettive di occupazione della popolazione migliorando le infrastrutture del paese e offrendo agevolazioni fiscali e sussidi ripagherà molto di più che il buttare soldi in istituzioni finanziarie. Questo i Cinesi già lo sapevano e sapevano anche che è inutile nel risollevare una cattiva situazione. Il Poliziotto del mondo sarà pure occidentale, ma il maestro del mondo risiede ancora, come è stato per millenni, in Oriente.
Titolo originale: "China and The Financial Crisis"
Cari compagni, la vignetta di Enzo Apicella è stata censurara dal direttore di Liberazione, Piero Sansonetti. Io credo che dovremmo indignarci tutti.
I giornalisti di Liberazione fanno sciopero perchè il partito sta cercando una soluzione al buco nero che il giornale rappresenta per il partito stesso? Io credo che farebbero bene a cacciare il Sig. Sansonetti o, se sono d'accordo con la sua linea editoriale, ad andarsene con lui, visto che non sono più comunisti.
Alzate la voce compagni, è una vergogna senza fine che un giornale che dovrebbe essere comunista non pubblichi la verità sullo sterminio di massa che gli Israeliani stanno compiendo contro il popolo palestinese.
Viva la Palestina Libera
URGENTE: BOMBE SU GAZA
DI CARLOS LATUFF
Come se mettere un milione e mezzo di persone a rischio di morte per fame non fosse sufficiente, Israele ha sferrato oggi un brutale attacco sul Gaza, uccidendo più di 200 persone e ferendone 750, tra cui donne e bambini. Ancora una volta prego voi lettori, miei fratelli e sorelle nell'arte, di diffondere questi disegni. Riproduceteli in poster, giornali, riviste, zines, blog, ovunque. Facciamo sentire in tutto il mondo la voce della gente di Gaza. Grazie, in nome dei palestinesi di Gaza.
STANNO FACENDO UNA STRAGE!!!
Infopal in collegamento telefonico con Vittorio Arrigoni, da Gaza: stanno facendo una strage.
Infopal. Ore 13 ora di Gaza. Abbiamo appena parlato al telefono con Vittorio Arrigoni, dell'International Solidarity Mov., rientrato a Gaza con l'ultimo viaggio di Dignity, l'imbarcazione del Free Gaza.
Vittorio, com'è la situazione al momento, a Gaza?
"Gli F16 israeliani stanno bombardando dalle 11,30 di questa mattina. E' una vera carneficina: sono già 200 le vittime. Hanno tirato giù due palazzIsraele ha scelto il momento opportuno per bombardare: l'ora di uscita dei bambini dalle scuole
Gaza - Infopal. Circa 200 morti e 300 feriti: questo è il bilancio attuale (ore 14, ora locale) degli attacchi aerei israeliani in corso contro la Striscia di Gaza.
L'aviazione da guerra israeliana sta bombardando diverse sedi delle forze di sicurezza palestinesi a Gaza. E' un vero massacro! Sul terreno ci sono già 200 morti e centinaia di feriti, ma il bilancio è destinato a salire tragicamente.
Le ambulanze stanno accorrendo sul luoghi dei bombardamenti per soccorrere i feriti e portare via i cadaveri.
Ci sono decine di cadaveri di membri della polizia sparsi per terra, a seguito del bombardamento delle postazioni 17, Tawam, la sede delle forze preventive, Ansar, la direzione civile, al-Safina, la sede dei passaporti. Sono state bombardate tutte le sedi amministrative e politiche della Striscia di Gaza. Ucciso anche il capo generale della polizia di Gaza il colonello Tawfiq Jaber.
ine di civili, vicino a casa mia, nella zona del porto. Stanno ammazzando poliziotti e cittadini".
bombardamenti contro "basi terroristiche"...
"Balle! Che vergogna! Stanno ammazzando poveri cristi, poliziotti, altro che terroristi! Non ho mai visto tanta violenza contro Gaza come ora....Hanno attaccato con caccia e con la Marina da guerra".
Vi aspettavate questi attacchi?
"A dir il vero, no. Ieri, Israele aveva aperto i valichi lasciando entrare qualche rifornimento alimentare...L'ha fatto apposta, così oggi ha potuto prendere alla sprovvista la popolazione, i bambini che uscivano da scuola, i poliziotti che si stavano addestrando per funzioni di sicurezza interna...".
Mentre Vittorio parla, si sente il suono delle bombe che cadono su Gaza...
"Sto andando all'ospedale ash-Shifa, per vedere se hanno bisogno di sangue...".
Fonti mediche hanno riferito che ci sono centinaia di feriti.
Gli aerei da guerra israeliani continuano a sorvolare lo spazio della Striscia di Gaza.
Stato criminale. E' una vera guerra: gli attacchi aerei stanno colpendo il nord, il sud e il centro della Striscia. Israele ha scelto il momento opportuno per bombardare: l'ora di uscita dei bambini dalle scuole. E' una tragedia immensa.
I nostri giornali e le nostre tv, le cui direzioni hanno perso completamente il senso della dignità professionale, ci stanno raccontando che ad essere bombardate sono le basi dei "terroristi". Non è così! Sono i civili, i bambini, la dirigenza delle forze dell'ordine, dell'amministrazione pubblica, a essere colpiti.
La propaganda mediatica italiana filo-sionista ha iniziato già da qualche settimana a prepararci alla ineluttabilità di questa guerra a senso unico, vera carneficina di biblica memoria, dando la colpa a Hamas e ai razzetti Qassam, quando la verità è un'altra: Israele ha bisogno di queste stragi di innocenti in funzione elettorale. Hamas era disposta alla tregua a patto di far fermare gli attacchi israeliani mai sospesi, nonostante il cosiddetto "cessate il fuoco" siglato a giugno, e di far riaprire i valichi per far entrare i rifornimenti alimentari e il carburante, necessari alla sopravvivenza di 1,5 milioni di persone.
Questo i nostri sempre più indecenti giornali e tg non ce lo hanno raccontato.
Siamo di fronte alla morte dell'informazione, al Grande Fratello che manipola le menti e le coscienze.
Fonte: http://www.infopal.it/
I TG E LA FINE DELLA LIBERA INFORMAZIONE
Come ti ribalto, deformo e manipolo la verità: i tg e la fine della libera informazione. Un giornalista di punta, comodamente seduto nel suo studio, a Gerusalemme, ha "raccontato" la guerra di Israele contro Gaza. Neanche la briga di "essere sul posto". Nulla. Le notizie, era ben chiaro, arrivavano da media e esercito israeliani. Il giornalista ha parlato di "basi di Hamas distrutte" quando invece si tratta della sede della polizia del ministero degli Interni, che oggi ospitava un corso di addestramento per nuove, giovani, reclute delle forze dell'ordine. Dunque, non c'erano resistenti o combattenti vari, ma ragazzini disoccupati che si erano arruolati in polizia, come fanno molti italiani nel nostro sud economicamente depresso.
Il corrispondente ha parlato di 150 miliziani uccisi e di qualche civile: si tratta, invece, di poliziotti, di bambini che uscivano da scuola e di altre persone prese alla sprovvista dai 30 e oltre attacchi aerei simultanei contro la Striscia.
Ha parlato di "risposta" ai lanci di razzetti Qassam dalla Striscia contro Israele, ma, contraddicendosi, forse senza neanche rendersi conto, ha affermato che il piano di attacco israeliano era in gestazione da mesi...Dalla tregua, dunque, rispettata da Hamas ma quotidianamente violata dalle forze di occupazione. Va ricordato, infatti, che la ripresa del lancio di missiletti artigianali è coincisa con la strage condotta a novembre dall'esercito israeliano. Non prima. Sostenere, come ha riportato il giornalista, che il piano di attacco era in studio da mesi implica necessariamente il fatto che Israele, nonostante la tregua, volesse trovare la scusa per bombardare Gaza e distruggere Hamas.
Il giornalista avrebbe dovuto parlare di crimini di guerra, ma non l'ha fatto, e ha fornito a milioni di telespettatori italiani la versione dell'esercito di Israele, della propaganda sionista.
La TV disinforma e manipola la verità. In Italia la libertà di informazione, la dignità di informare, sono definitivamente defunte. Ormai ci troviamo all'interno di un grande, pericoloso, video-game globale e apocalittico, dove l'Umanità è piegata, torturata, uccisa per mano di bande di criminali, i cui capi controllano le principali corporation mondiali. Media compresi. I colleghi che hanno ancora un po' di coscienza, s'indignino per favore.
Esplode in tutta la sua devastante forza la questione sociale. Secondo le previsioni di Confindustria, nei primi 6 mesi del 2009 ci saranno 600 mila nuovi disoccupati: una macelleria sociale. La Comunità di Sant'Egidio ha denunciato il vertiginoso aumento dei senzatetto, solo nella capitale si parla di 7 mila persone. La crisi econonomica sta macinando velocemente i risparmi delle famiglie, spingendole sempre più verso la soglia della povertà. L'Istat ci dice che 7 milioni e 542mila individui sono "poveri'', il 13% dell'intera popolazione. E' la condizione delle quasi 900 mila famiglie a rischio povertà, una famiglia su tre, ha serie difficoltà economiche, una su due vive con meno di 1.900 euro al mese, nel 14% dei casi non si arriva a fine mese.
Questi dati, più di tanti altri discorsi danno l'istantanea di una società sempre più in affanno, attanagliata dalla povertà e descrivono bene il fallimento delle ricette neoliberiste, sia quelle volute da Berlusconi, che quelle propinateci negli anni scorsi anche dal centro sinistra e spacciate per innovazione del paese.
Ma per fortuna alle centinaia di migliaia di studenti ed insegnanti, si sono sommati i milioni di lavoratori che, in questi giorni sono sul piede di guerra col governo e lottano affinchè i costi della crisi non li debbano pagare, ancora una volta, loro. Il 13 febbraio si fermeranno insieme i metalmeccanici ed i pubblici dipendenti della Cgil, con manifestazione a Roma. Tornerà a muoversi tutta la confederazione come il 12 dicembre scorso? C'è da augurarselo, perchè la virtuosa convergenza tra Cgil e sindacati di base ha dato vita ad una lotta riuscita ed efficace, unica via in grado di cambiare i rapporti di forza nel paese.
a Roma 7 mila clochard, in Italia 7 milioni di poveri Comunità di Sant'Egidio e Istat lanciano l'allarme povertà, Epifani parla di cassa integrazione a valanga ma per Bombassei è solo «una crisi psicologica»
Come ogni anno la comunità di Sant'Egidio ha presentato la guida ''Dove mangiare, dormire, lavarsi''
una serie di indicazioni pratiche per i clochard e per chiunque abbia bisogno di assistenza.
E di persone che da sole non ce la fanno ad andare avanti ce ne è sempre di più, come rileva lo studio e il lavoro sul campo dei volontari e del personale della comunità di Sant'Egidio che registra un aumento dei clochard, i senza tetto, che solo a Roma sono circa 7 mila, 2.500 ospiti dei centri di accoglienza, 4.500 vivono in strada, per lo più stranieri.
Aumentano i poveri ma aumentano soprattutto i ''nuovi'' poveri, famiglie, pensionati, migranti, giovani lavoratori che vivevano del proprio stipendio e che ora, a causa di uno sgretolamento del tessuto sociale, dello svilimento del mondo del lavoro, a causa della crisi economica e dell'aumento dei prezzi, vivono una condizione di estrema fragilità ed incertezza economica. Sono quelli che allungano la fila per i pacchi alimentari, quelli che escono da casa ben vestiti e si recano alle mense per poveri, quelli che si vedono costretti a rubare nei supermercati. Negli ultimi 12 mesi si è verificato un aumento del 4,1% dei furti di generi alimentari per un ammontare di 2,97 miliardi di euro, ''furti per necessità'' li chiamano a Snt'Egidio.
L'ombra della povertà si sta diffondendo in maniera capillare e rapida nella società, lo dimostrano anche altri dati come quello dell'aumenti degli sfratti, l'80% per morosità. La gente non solo non ha più i soldi per lo svago, per comprare beni accessori, per poter risparmiare per il futuro, non ci sono più i soldi per mangiare e assicurasi un tetto sulla testa. E' la traduzione reale, pragmatica e drammatica di parole come recessione tecnica, inflazione, crisi finanziari, crack economico.
E' la vita di molti italiani che sono più di semplici numeri sulle statistiche, è la vita di quei 7 milioni e 542mila individui che i dati Istat considerano ''i poveri'', il 13% dell'intera popolazione. E' la condizione delle quasi 900 mila famiglie a rischio povertà, una famiglia su tre ha serie difficoltà economiche, una su due vive con meno di 1.900 euro al mese, nel 14% dei casi non si arriva a fine mese.
Sono quelle migliaia di lavoratori che perdono il posto di lavoro (il tasso di disoccupazione è al 6,7%), i precari che non avranno rinnovato il contratto, i lavoratori che, dalla Fiat alla Merloni, finiscono in cassa integrazione. E nei prossimi mesi non andrà meglio, per il segretario della Cgil, Guglielmo Epifani, «tra gennaio e febbraio arriverà un'altra valanga di cassa integrazione. E' necessario che il governo stanzi altri 3 miliardi per gli ammortizzatori sociali nei prossimi 15 mesi».
Ma sono tutti allarmismi secondo il vicepresidente di Confindustria Alberto Bombassei che sostiene che se per una parte degli italiani la crisi è reale, per molti è solo «una crisi psicologica», in pratica «l'effetto Apocalisse» di cui parla il presidente di Bnl Luigi Abete.
Insomma, essere sfrattati e dover ricorrere alle mense per poveri per mangiare, perdere il lavoro e sperare nell'elemosina del governo (vedi social card), è tutta una questione psicologica!
MUOIA ''SANSIONETTI'' E TUTTI I FILISTEI COMUNISTI di G.P.
La vicenda di Liberazione, quotidiano comunistardo del XXI secolo, sta finendo a falce e coltelli, rigorosamente spuntati. Il ridicolo teatrino messo in scena da Sansonetti e dal Segretario di Rifondazione, Paolo Ferrero, getta l'ennesima spalata di ridicolo su una sinistra sedicente radicale, la quale occupa ormai tutto il tempo a scrivere il proprio epitaffio con il sangue che stilla dalla guerra tra correnti interne. Il risultato è un lungo e interminabile corteo funebre che gli esponenti di RC stanno scambiando per l?ennesima, meravigliosa, marcia verso il comunismo.
Ma veniamo a quest'ultima sceneggiata in nome della libertà. Liberazione è un giornale pessimo, come la linea politica di cui è espressione. Sono rimasti in pochi a leggere questo fogliaccio, sempre più brutta copia dell'Unità (da dove proviene l'attuale direttore), che ha come unico obiettivo quello di seppellire i fatti per compiacere la destra vendolian-bertinottiana del partito, tutta pace e nonviolenza, e rientrare nel centro-sinistra, a guida Pd, dopo una ''doverosa'' ripulita ideologica, con tanto di abbandono del simbolo e del nome. Per questo Sansonetti, servo fedele della vecchia dirigenza, resiste! resiste! resiste! E non lo fa per interessi di bottega (ci mancherebbe!) ma per il bene della democrazia, della libertà, del diritto all'informazione. E come si esprime questo diritto? Con gli articoli della Nocioni contro Cuba e contro Chavez, con gli editoriali inverosimili, sbattuti in prima pagina, del saltimbanco post-operaista Bifo e con il travisamento delle citazioni dei padri immemorabili del Partito Comunista, al solo fine di pararsi il culo e tenere buono popolo identitario.
E' proprio vero che all'oscenità non c'è mai fine. Ma basterebbe far notare a Sansonetti che, dal punto di vista imprenditoriale, la sua gestione è stata fallimentare (tre milioni di buco di bilancio) e che il quotidiano, di cui è direttore indesiderato, perde lettori a causa del suo imprinting movimentista, nonviolento e politically correct.
Per queste cose c'è già l'Unità, e non si capisce perché uno dovrebbe comprare un surrogato, peraltro malfatto, senza nemmeno i Dvd e i CD allegati.
D'altro canto, le ragioni per cui Ferrero vorrebbe sbattere fuori Sansonetti (che ha già pronto il posto da vice-direttore nel regno della ninfa veltroniana Concita De Gregorio) sono quasi peggiori delle falsità sparate sulla rotativa dall'attuale redazione. Perché non sta scritto da nessuna parte che il giornale deve esprimere la linea del partito. Il compito del giornale deve essere quello di fare la guerra alla disinformazione degli altri quotidiani, demistificare la costruzione ideologica delle notizie, così come vengono date dagli organi dominanti della stampa, proporre dibattiti intellettuali e culturali, che non siano la farsa liquidazionista attuale, affidata agli articoli di Bifo contro Lenin e la rivoluzione Bolscevica. Tanto per tenere fede alla sua indecenza, l'altro giorno, Liberazione ha pubblicato un ulteriore vaneggiamento di costui che perora l' ''Abolizione degli straordinari, [la] riduzione della giornata lavorativa, [il] reddito di cittadinanza sganciato dal tempo di lavoro''. Io non commento queste stronzate da ciambellano di corte che gioca a fare il rivoluzionario sulla pelle altrui.
Infine, qualcuno nel PRC ha detto bene che, se la soluzione a cotante dispute dovesse essere un'altra scissione, i problemi all'interno del partito diverranno roba da fisici, perché si dovrà fare la scissione dell'atomo. Più che nella scissione, io spero in una vera e propria esplosione atomica che ce li tolga dai piedi definitivamente
Italia. Metà della ricchezza del paese è concentrata nelle mani del 10% delle famiglie. Per le altre cresce l'indebitamento
Si è fermata nel primo semestre del 2008 la crescita della ricchezza netta delle famiglie, cioe' la somma di attivita' reali (abitazioni, terreni, ecc.) e attivita' finanziarie (depositi, titoli, azioni, ecc.) meno i debiti (mutui, prestiti personali, ecc.). E' quanto emerge dal supplemento al bollettino statistico di Bankitalia sulla ''Ricchezza delle famiglie 2007'' e che presenta alcune indicazione sugli andamenti della prima parte del 2008. ''Nel primo semestre del 2008 la ricchezza finanziaria delle famiglie, a prezzi correnti, si e' ridotta di circa il 6 per cento, soprattutto a causa del calo dei corsi azionari. I debiti delle famiglie nel 2007 si caratterizzavano per un'elevata incidenza dei mutui per l'acquisto dell'abitazione (circa il 40%), il cui valore e' aumentato rispetto al 2006 di circa il 10%. I debiti commerciali e altri prestiti, principalmente legati alle esigenze di finanziamento delle famiglie produttrici, incidevano invece per circa il 30%. La quota di indebitamento legata ad esigenze di consumo (13%) e' aumentata, confermando le tendenze degli ultimi anni.
Alla fine del 2007 la ricchezza netta per famiglia ammontava complessivamente a circa 360 mila euro (143 mila euro pro capite). E' quanto emerge dal supplemento al bollettino statistico di Bankitalia, ''La ricchezza delle famiglie 2007'' ma è aumentata la concentrazione della ricchezza nelle mani di una minoranza di famiglie.
'' La distribuzione della ricchezza e' caratterizzata da un elevato grado di concentrazione: molte famiglie detengono livelli modesti o nulli di ricchezza mentre poche dispongono di una ricchezza elevata'', scrive Bankitalia. Nel 2006 la meta' piu' povera delle famiglie italiane deteneva meno del 10 per cento della ricchezza totale mentre il 10 per cento piu' ricco deteneva quasi la meta' della ricchezza complessiva. Il numero di famiglie con una ricchezza negativa e' peraltro di circa il 3 per cento, una quota largamente inferiore a quella riscontrata per altri paesi quali Stati Uniti, Regno Unito e Francia. Nel 2005, il 10% delle famiglie piu' ricche deteneva il 42,9% della ricchezza netta, mentre il 10,1% era in capo al 50% delle famiglie piu' povere.
Contributo alla discussione sulla dialettica interna al PRC
a cura della redazione de L'Ernesto
Non vogliamo nascondere le nostre perplessità per alcuni recenti sviluppi che ci sembra di cogliere nella dialettica interna al PRC. Proviamo a riassumerli così.
Persistono un orientamento e una direzione politica del quotidiano Liberazione (il cui deficit costa al partito cifre astronomiche) che vanno avanti imperterriti su una linea opposta a quella decisa dal congresso di Chianciano, in piena sintonia con forze interne ed esterne al partito che operano dichiaratamente per una scissione. Che cosa ancora deve accadere perché si vada ''oltre Sansonetti''?
Abbiamo colto, in recenti dibattiti di organismi dirigenti e in taluni congressi regionali, alcuni segnali che ci sembrano andare nella direzione non di un consolidamento e sviluppo della linea di Chianciano, ma di una sua diluizione. Non vorremmo che ciò fosse determinato da mediazioni e concessioni di linea all?area cosiddetta ''vendoliana'' (o a settori di essa). Siamo ben consapevoli che l'attuale maggioranza che governa il partito (di cui ci sentiamo parte a pieno titolo e dialetticamente) ha il dovere di operare anche tatticamente e con intelligenza per erodere il più possibile, nel corpo del partito, basi di consenso ad operazioni e prospettive scissionistiche che allo stato sono solo - forse - rinviate. Ma crediamo che ciò non possa avvenire a scapito di una attuazione conseguente della linea di Chianciano, se non si vogliono creare problemi e pasticci ben più gravi, come quelli che deriverebbero da una confusione e da una paralizzante incertezza di linea.
Consideriamo negativo che nell'ultima Direzione sia stato approvato un ODG sulla questione dei giovani, votato dalla minoranza vendoliana e da una parte della maggioranza, mentre altri settori di maggioranza si sono astenuti o hanno votato contro. Che cosa è stato: un incidente di percorso o qualcosa di più?
Valutiamo criticamente il fatto che nel documento politico approvato dalla maggioranza vengano rimossi alcuni nodi qualificanti e attualissimi del documento di Chianciano. Come il riferimento all'avvio di una ''collaborazione fra le diverse soggettività anticapitaliste, comuniste, di sinistra''; all'esigenza di '' intensificare la collaborazione e le relazioni con i partiti comunisti e progressisti, con tutti i movimenti rivoluzionari''; all'impegno di ''lavorare, in particolare in Europa, ad un rafforzamento dell'unità delle forze comuniste e di sinistra alternative al Partito Socialista Europeo''. E ad operare in Italia per la ''ricerca di convergenze, in occasione delle elezioni europee, tra le forze anticapitaliste, comuniste, di sinistra''.
Troviamo discutibile l'enfasi acritica e l'argomentazione con cui si è fatto riferimento da più parti alla Sinistra Europea (SE). Intendiamoci: sappiamo bene che l?integrazione nel Partito della Sinistra Europea e il suo progetto - diversamente da quello che era e rimane il nostro punto di vista - non sono stati rimessi in discussione da Chianciano.
Ma il punto è che, nel documento approvato al congresso, tale adesione veniva correlata, ad esempio, all'esigenza, ''in particolare in Europa, di lavorare ad un rafforzamento dell'unità delle forze comuniste e di sinistra alternative al Partito Socialista Europeo, sia nell'ambito della SE, sia in quello del Gruppo Parlamentare Europeo del GUE-NGL'', di cui fanno parte anche importanti partiti comunisti che non hanno aderito alla SE, come greci e portoghesi, o come i partiti della sinistra scandinava; sia partiti comunisti che vi partecipano solo come osservatori (Akel di Cipro, PC di Boemia e Moravia, e altri).
Nei documenti della Direzione, invece, la SE viene isolata da tutto il resto; e viene anzi enfatizzato il valore della piattaforma elettorale varata di recente a Berlino dai partiti della SE, che si configura per lo più come la piattaforma di un aggregato a prevalente egemonia socialdemocratica, non a caso approvata anche con l'enfatico elogio dei più coerenti ''bertinottiani'' di casa nostra. Con una aggravante: che con essa la SE interferisce apertamente nella vicenda nazionale di partiti del GUE e invita a votare in ogni paese per i partiti aderenti alla SE, il che significa ad esempio nel caso del Portogallo e della Grecia invitare a votare per partiti di sinistra non comunista (Bloco de Esquerda e Synaspismos/Syriza) che si contrappongono polemicamente ai partiti comunisti dei rispettivi paesi, che pure sono nostri partner nel GUE. La qual cosa entra apertamente in contraddizione col citato assunto di Chianciano che invita ad operare per l'unità delle forze comuniste e di sinistra alternativa, in particolare in Europa; e rappresenta un arretramento rispetto al livello di collaborazione unitaria raggiunta nel GUE.
Intendiamoci: è del tutto ovvio che la SE auspichi un avanzamento elettorale dei partiti che ne fanno parte. Altra cosa è se tale auspicio non si accompagna ad un analogo auspicio di complessivo avanzamento di tutti i partiti comunisti e di sinistra, a partire da quelli del GUE, senza indebite interferenze nella dialettica interna tra comunisti e sinistre in paesi in cui l?appartenenza alla SE è elemento di divisione. E insistiamo perché a tale proposito il nostro partito mantenga un profilo unitario e conseguente agli impegni di Chianciano.
Pensiamo che, sulla questione Sinistra Europea, sarebbe sbagliato rimuovere le differenze interne al Partito, alla sua maggioranza, magari in nome di un esasperato tatticismo. Crediamo, al contrario, che sia giusto e utile a tutti mantenere aperta una franca ed onesta dialettica fra differenti punti di vista, su questa ed altre questioni. Nulla è più sano, solidale e rafforzativo dell'unità di un confronto aperto e sincero, che non pretenda una improvvisa ed ipocrita sintesi sui punti più controversi ma che, a partire dalla difesa e dal consolidamento delle priorità politiche condivise, lasci aperta la discussione.
Integrazione latinoamericana. Cuba rientra nel Gruppo di Rio. Presa di posizione contro il blocco USA
Uno sdoganamento in piena regola, un rientro "soft", ma convinto, nell'alveo dell'America Latina: è l'operazione politica che il presidente cubano Raul Castro sta realizzando in queste ore in Brasile, dove oggi si è chiusa una "due giorni" di vertici e colloqui tra i leader di 33 paesi latinoamericani. La visita di Raul in Brasile è carica di significati, nell'ambito di uno scenario latinoamericano dove molte cose sono destinate a cambiare rapidamente, visto l'arrivo tra un mese di Barack Obama alla Casa Bianca. Il viaggio in Brasile (preceduto da una tappa in Venezuela da Hugo Chavez) è d'altra parte la prima missione all'estero per Raul, da quando qualche mese fa è stato formalmente assunto alla presidenza. Sul piano politico e diplomatico c'è poi da segnalare che Castro rientrerà a Cuba avendo incassato nei vertici brasiliani due risultati concreti: l'ingresso a titolo pieno di L'Avana nel Gruppo di Rio (l'organismo fondato nel 1986 e unico foro di consultazione politico dell'America Latina), e la richiesta sottoscritta da tutti i 33 paesi "Amlat" presenti ai vertici di sospendere l'embargo che Washington continua a mantenere contro l'isola socialista. Presa di posizione che ha tutto il sapore di un ultimatum. La presidente argentina Cristina Fernandez de Kirchner ha annunciato una visita a giorni a L'Avana, dove sono una ventina d'anni che non si vede l'ombra di un capo di stato proveniente dal Rio de la Plata. Il presidente brasiliano Lula ha colto l'occasione dei vertici per lanciare un messaggio a Obama: per l'America Latina è "giunta l'ora di esigere una discussione politica", ha sottolineato il presidente brasiliano, chiedendo esplicitamente al futuro inquilino della Casa Bianca di migliorare i rapporti non solo con Cuba, ma anche con Venezuela e Bolivia.
Grecia. La rivolta continua!
Un nuovo comunicato dell'Organizzazione Comunista di Grecia (KOE)
I giovani continuano ad occupare le strade! Venerdì 12 dicembre un enorme folla di studenti medi , unnivesitari ed insegnanti si è riunita nel centro di Atene ed ha marciato pacificamente verso il Parlamento. Lì le forze delle repressione li hanno attaccati ancora una volta con lacrimogeni ed hanno arrestato decine di studenti di 13, 14 e 15 anni. Insegnanti, passanti e persino giornalisti indignati hanno cercato di togliere dalle mani della polizia questi ragazzi, scontrandosi con gli agenti. Manifestazioni analoghe si sono svolte in tutta la Grecia.
Sabato 13 dicembre gli studenti medi hanno organizzato, ancora davanti al Parlamento, un presidio che si è svolto pacificamente per tutto il giorno, fino all?alba di domenica.
A quel punto la polizia, approfittando del fatto che le persone in strada si erano diradate, li hanno attaccati.
Scontri sono andati avanti per ore vicino al Politecnico.
Nel pomeriggio di sabato migliaia di persone si sono raccolte spontaneamente nel luogo in cui è stato assassinato Alexis, urlando slogan contro la polizia ed il
governo.
Decine di manifestazioni organizzate dalla sinistra (ad eslusione del KKE) si sono svolte per tutto il giorno nei sobborghi di Atene e in molte città della Grecia.
Centinaia di scuole ed università sono attualmente occupate, nonostante gli sforzi del PASOK e del KKE di impedire agli studenti di entrare in università per riunirsi e mobilitarsi, usando la calunnia e a volte anche la forza.
Il 15 dicembre ad Atene ci sarà una nuova manifestazione del neonato ?Coordinamento delle Scuole Alexis Grigoropoulos? davanti al comando della polizia.
Altri appelli alla mobilitazione vengono dai sindacati insegnanti e studenti per una manifestazione di massa ad Atene il 18 dicembre .
Il KOE sta organizzando nuove azioni in tutta la Grecia da lunedì 15 fino a giovedì 18, chiamando alla mobilitazione per far cadere il governo.
La repressione e gli attacchi coordinati contro la rivolta non prevarranno!
Ribellarsi è giusto! Tutti in strada! Continuiamo!
UN BEL PASSO AVANTI: IL LIBERATORE DI BABILONIA SALUTATO CON UN RITUALE TRADIZIONALE
dal sito IRNA, Agenzia governativa iraniana di notizie, che oltre ad una completa biografia di Montazer, intitola la notizia stessa in questo modo: ricordatevi per sempre di questa faccia, si tratta di un vero rivoluzionario che da solo ha fatto ciò che forse un'esercito non avrebbe potuto fare: umilire il criminale che ha voluto l'invasione, l'occupazione e la distruzione dell'Iraq, e il esponsabile di tutti i morti causati dalla sua geurra, Montzer è uno dei figli della rivoluzione islamica, un esempio di corraggio e un modello per i giovani musulmani in tutto il mondo.
Grazie Montazer, grazie per il tuo corraggio e la tua purezza rivoluzionaria, il tuo posto sarà nel cuore di ogni musulmano e le tue foto decoreranno le mura delle nostre case .
Il manager imperiale uscente ha fatto domenica una rapida visita sulla scena della sua più grande vittoria dove, grazie all'intuito, all'acume e all'accurata pianificazione della sua squadra di assi, è stato capace di dichiarare " missione compiuta" più di cinque anni fa. Perciò la visita a Bagdad di George W. Bush questo weekend era solo il giro della vittoria. Per sottolineare la divina manifestazione del liberatore nelle antiche terre della Mesopotamia, Bush è stato salutato con uno dei riti di onorificenza e apprezzamento più sacri del mondo arabo.
... la sua apparizione ad una conferenza stampa cui è stata interrotta da un giornalista iracheno che ha gridato in arabo "questo è un regalo dagli iracheni; questo è il bacio di addio, cane", e ha tirato una delle sue scarpe verso il presidente, che si è chinato e ha di poco evitato il colpo.
Mentre si sollevava il caos, egli ha tirato la sua altra scarpa gridando: " questo è da parte delle vedove, degli orfani e di coloro che sono stati uccisi in Iraq". Anche la seconda scarpa ha mancato di poco Bush mentre il primo ministro Nuri Kamal al-Maliki allungava una mano di fronte alla faccia del presidente per aiutarlo a proteggersi.
Questa è stata quasi sicuramente la circostanza in cui Bush si è più avvicinato a un diretto confronto con la realtà della sua " eredità" in Iraq: l'uccisione di più di un milione di esseri umani innocenti, bambini, donne, uomini, malati, deboli, vecchi e giovani, l'espropriazione di più di 4 milioni di esseri umani innocenti, e la distruzione di un'intera società che non aveva fatto alcun male agli Stati Uniti né messo in atto alcuna minaccia contro di essi.
Stando in piedi nel mezzo del cimitero che egli aveva creato, Bush aveva da dire quanto segue:
"Il lavoro non è stato facile, ma è stato necessario".
No, non è stato sicuramente facile sviscerare, fare a brandelli, schiacciare, polverizzare e cancellare un milione di esseri umani--ma sì, se sei un fottuto psicopatico che beve sangue e sventra budella, allora immagino che tutto ciò possa essere visto come necessario.
Non c'è scampo per i giusti, i liberi, gli schifati: tocca firmare. Firmare l'''Appello dei 50.000 per la liberazione di Muntather Al Zaidi'', Eroe della Scarpa, Eroe Iracheno. Ecco qui.
ancora una volta il nostro giornale si schiera severamente come già accaduto per Cuba e per Hugo Chavez - contro una forza comunista e antimperialista. Questa volta le lezioni dovete darle al Partito Comunista di Grecia, KKE. Non importa che alcune azioni sbagliate e violente, che, invece di produrre l'ampliamento ed il prolungamento della lotta rischino fortemente di alienare le simpatie di massa verso il movimento greco ( è stata questa e cioè la presa di distanza dagli atti inutilmente violenti , non altra - la posizione assunta dal KKE, molto simile per altro a quella assunta dal PRC durante i fatti di Genova). Non importa che anche in Grecia vi sia il pericolo (che è una cosa ben diversa dal generoso moto di lotta in atto) che ben ci è stato ''spiegato'' ultimamente (qualora ce ne fosse stato ancora bisogno) da Cossiga.: quello della strumentalizzazione della violenza da parte della destra. Non importa nulla: l'importante, per questa Liberazione, è attaccare chi non la pensa esattamente come noi, attaccare i comunisti greci.
Invece di comprendere, come farebbe il giornale di un Partito Comunista con l'ambizione di essere una forza di massa, la linea e l'azione del Partito Comunista di Grecia e la sua organizzazione giovanile, rimarcandone il sangue freddo e la fermezza, le prese di posizione responsabili volte al coinvolgimento nella lotta degli studenti, ma anche dei contadini e degli operai per mettere all'angolo il governo greco di destra, il nostro giornale infierisce e condanna. E condanna su basi pretestuose, alludendo, attraverso una grande menzogna, ad una ipotetica moderazione del KKE. Una vera menzogna, poiché in questa lotta, come in tutte le altre (contro le guerre degli Usa e della Nato; contro i dettami di Maastricht; in difesa della democrazia) il KKE è stato l'epicentro dei grandi movimenti popolari e di massa.
Il nostro giornale non racconta la verità, strumentalizza; resta e si conferma quello che è: un giornale poco credibile, l'organo della Costituente di Sinistra e non il foglio del nostro Partito Comunista.
Continua, questa Liberazione, a propagandare quella linea che ci ha ridotto ai minimi storici, che ha portato il nostro foglio a un numero di lettori irrisorio, che non comprende, poiché non è culturalmente più attrezzata a farlo, cosa vuol dire una linea di massa, come quella che praticano i compagni greci, con i quali potremmo anche non essere d'accordo su tutto, ma che vanno rispettati nella loro autonomia. Come gli altri rispettano la nostra.
Il KKE - tra l'altro - ha una percentuale di voto di tutto rispetto (8-9%), ben più alta della nostra, ha rapporti di massa che noi non abbiamo e gode di un grande prestigio tra le masse greche e tra gli intellettuali.
Se parlate con un cittadino greco, qualsiasi sia la sua posizione politica, vi trasmetterà un grande rispetto per il KKE. Ma i lettori di Liberazione dovrebbero chiedersi perché tutto ciò è censurato dal nostro giornale e perché Liberazione debba solo propagandare il punto di vista (anti KKE) del proprio giornalista, che non credo coincida con quello del gruppo dirigente del PRC e del Dipartimento Esteri del nostro Partito.
I lettori di Liberazione dovrebbero chiedersi perché una manifestazione imponente, di massa e piena di giovani come quella organizzata dal KKE in questi giorni ( ultima di una lunga serie) debba essere censurata dal Liberazione. Si censura ciò che non si addice alla linea della Costituente di Sinistra ?
Grazie dell'attenzione.
su Liberazione del 13/12/2008
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Invito a leggere l'allucinante articolo di Anubi D'Avossa su LIBERAZIONE. Insopportabile la prosa. All'insegna di un certo "vitalismo" di ispirazione "diciannovista", su cui occorrerebbe riflettere a lungo. Ancora una volta un violentissimo attacco al KKE. La cui manifestazione (presidiata dai brutaloni del presunto blocco "Stalin"), lascia intendere, sarebbe stata disertata dai giovani. Non se ne può più.
Sulla manifestazione di ieri propongo il reportage fotografico, ospitato nel sito del KKE e in quello della gioventù comunista di Grecia. L'evidente smentita delle balle "spaziali" del giornale di Sansonetti.
Fuoco di fila contro la proposta di Brunetta di alzare l'età pensionabile per le donne
L'idea annunciata da brunetta non piace neanche alla Lega. ''Brunetto-scherzetto!'', ironizza Roberto Calderoli. Per il Carroccio, aggiunge secco, l'eta' pensionabile delle donne ''va bene cosi'''. E poi una proposta del genere andava prima discussa nella maggioranza, come si fece l'ultima volta che si parlo' della riforma delle pensioni. E anche allora la Lega disse no. Non bisogna pensare solo all'aspetto finanziario, ma anche al ruolo della donna nella societa', che non si puo' sottovalutare, dice Calderoli. Anche i sindacati bocciano, con diverse sensibilita', le parole di Brunetta. Il ministro ha spiegato che la riforma, che dovrebbe portare anche le donne ad andare in pensione a 65 anni, dovrebbe contemperare l'esigenza di innalzare l'eta' del pensionamento con la necessita' di ''non turbare con eccessive modifiche le aspettative degli italiani''. E ''per studiare tutti questi problemi e individuare le possibili soluzioni'', ha annunciato, ''si sta mettendo in piedi un gruppo di studio che valutera' costi e benefici dell'invecchiamento attivo di donne e uomini, i quali dovranno andare in pensione tutti alla stessa eta'''. Si dovranno sentire la Confindustria e i sindacati, poi chi deve governare governi. Il Libro Verde del ministro Sacconi - ha aggiunto - da' gia' delle indicazioni di lungo periodo che sono totalmente condivisibili. Occorre ora riaprire il dibattito nelle forme e nei modi piu' equilibrati e piu' seri. Anche perche' dobbiamo rispondere a una sentenza della Corte di Giustizia che ci chiede la perequazione dell'eta' di pensionamento degli uomini e delle donne''.
Luigi Angeletti boccia la proposta: ''Non sono d'accordo sulla necessita' - dice il segretario della Uil - sono favorevole a fondare l'innalzamento sulla volontarieta', con incentivi''. Anche il segretario della Cisl, Raffaele Bonanni, appare contrario: ''le pensioni - dice - sono un tema delicato che non puo' essere utilizzato come uno spot pubblicitario''. Per la Cgil parla Carlo Podda (segretario generale Fp Cgil): ''non ci provare nemmeno'' esorta Podda rivolgendosi a Brunetta che, ''se conoscesse bene il problema non passerebbe il suo preziosissimo tempo a lanciare demagogiche campagne propagandistiche''. Insomma, chiosa Renata Polverini, segretario dell'Ugl, ''una riforma delle pensioni in questa fase economica e sociale non avrebbe alcuna ragione di essere''
Cuba. Dopo quasi venti anni, il 19 dicembre arrivano in visita navi militari russe
Una flotta di navi da guerra russe sara' a Cuba il 19 dicembre. Ad annunciarlo all'agenzia Ria Novosti e Interfax, Igor Dygalo, portavoce della Marina militare russa.''Si trattera' della prima 'visita' a Cuba di navi da guerra russe dall'era sovietica'', ha affermato Dygalo.
Lunedi 8 dicembre a LA7 il film sulla strage alla ThyssenKrupp
In occasione del primo anniversario della tragedia della fabbrica ThyssenKrupp di Torino, LA7 manderà in onda in esclusiva e in anteprima lunedì 8 dicembre alle 21.30 il film documentario diretto da Mimmo Calopresti 'La fabbrica dei tedeschi'. Il film sarà trasmesso all'interno della puntata speciale dell'Infedele di Gad Lerner. La ricorrenza e le tematiche ad essa legate saranno introdotte alle 20.30 con la diretta dalla sala delle Colonne del Palazzo di Città di Torino e poi trattate in seconda serata da una puntata speciale de L''Infedele', che avrà come ospite, tra glia altri, il sindaco Sergio Chiamparino. Abbiamo scelto il documentario di Calopresti - commenta Lillo Tombolini, direttore di rete di LA7 - perché in linea con la vocazione della nostra rete ad affrontare i temi dell'attualità e le problematiche ad essa connesse attraverso l'informazione e la narrazione civile".
Il corteo per ricordare la strage operaia alla ThyssenKrupp si è concluso a Palazzo di Giustizia
Aperto dallo striscione di ''Legami d'acciaio'', l'associazione nata dagli ex dipendenti della Thyssenkrupp e' partito verso le 11 il corteo formato, secondo le prime stime, da circa duemila persone (almeno cinquemila secondo altre fonti), si è diretto a Palazzo di Giustizia. In prima fila alcuni familiari di quattro delle sette vittime: Rodinò, Demasi, Santino e Scola. Al corteo erano presenti anche numerosi studenti e una immagine di Vito Scafidi, il diciassettenne morto nel crollo della controsoffittatura del liceo Darwin di Rivoli con sotto la scritta "di scuola e di lavoro non si può morire". Tra gli striscioni ''basta morti sul lavoro'', ma anche slogan come ''assassini'' rivolto alle aziende che non applicano le misure di sicurezza. ''Bisogna chiamarli con il loro nome - commenta Ciro Argentino, ex delegato della acciaieria torinese - quella della Thyssen e' stata una strage dovuta alla voglia di profitto''. L'associazione ''Legami d'acciaio'', ha da oggi avviato il tesseramento che servira' a finanziare l'attivita' di sostegno alle famiglie delle vittime sul lavoro e di formazione sulla sicurezza. Il corteo, che si è concluso con un grosso applauso, è stato accompagnato dalle testimonianze di parenti delle vittime, operai e rappresentanti delle associazioni che hanno organizzato l?iniziativa.
Da quindici anni lo skipper di Gallipoli è il più fedele alleato del partito azienda.
Ieri era atteso a un dibattito presso la Casa della Cultura di Milano, insieme a Salvatore Veca e Antonio Cassese. L'occasione era buona per un chiarimento su alcune questioni che non ci sono piaciute. Dal ''pizzino'' di Latorre alla rimossa vicenda Unipol-Bnl.
In sala c'erano i ben noti militanti post-comunisti, i soliti impiegati di partito, più una manciata di curiosi della domenica pomeriggio. Appena siamo arrivati, qualcuno ha chiamato gli amici della questura, che a dire il vero in questa occasione si sono comportati con serietà.
In strada, prima dell'inizio del dibattito, abbiamo provato ad avvicinare D'Alema chiedendogli un commento sul comportamento di Latorre. Lui ha tirato dritto senza pronunciare sillaba. Guardaspalle e militanti si sono subito rivoltati contro di noi. Nessuno deve permettersi di turbare la serenità del capo: la regola ormai la conosciamo.
Militanti e impiegati di partito non si interrogano mai sulla credibilità di un leader che trattava affari con un furbastro del capitalismo di rapina come Consorte mentre stigmatizzava come demonizzatori i cittadini non ancora assuefatti alla deriva berlusconiana. Ai militanti è concessa la buona fede di un'ottusa devozione; gli impiegati di partito leccano i piedi per lavoro.
Dopo un breve parapiglia, abbiamo assicurato a Ferruccio Capelli, intellettuale di sinistra e funzionario della Casa della Cultura, di restare ad ascoltare in silenzio, riservandoci di intervenire durante lo spazio per le domande. Così è stato.
A differenza di non pochi spettatori siamo riusciti a restare svegli. Al momento delle domande mi sono alzato in piedi e, a un metro da lui, ho chiesto a D'Alema di riconoscere l'errore, esclusa la malafede per ipotesi di scuola, di aver ''tifato'' attivamente per il buon esito dell'illegale scalata di Unipol alla Bnl. Mentre parlavo, dalla platea si sono levate voci di fastidio e di disprezzo. Dal tavolo dei relatori nessuno le ha zittite. Al momento delle risposte, D'Alema ha preferito tralasciare la mia domanda.
A questo punto l'invettiva è venuta spontanea e mentre D'Alema si allontanava ne è seguito un nuovo parapiglia con militanti e impiegati uniti nella lotta contro i pericolosi dissenzienti. Uno allungava le mani sulla telecamera, l'altro tirava da dietro per il cappotto, un terzo spintonava lamentandosi falsamente di essere stato spintonato, un altro ancora ci impediva il passaggio sulle scale. E poi il solito coro di idioti ad accusarci di essere pagati da Berlusconi.
Levandoci di torno questo sciame fastidioso, abbiamo incalzato D'Alema fino a definirne l'essenza di ''berlusconiano di serie B'' o ''berlusconoide che viene dal PCI'', come gli ha ricordato Elia citando Cordero.
Oltre la cerchia dei tifosi e dei servi di partito, chi può ancora credere che uno come D'Alema possa rappresentare un'opposizione politica culturalmente alternativa all'eversore di Arcore e alla sua banda? Dopo quindici anni di compromessi e di sconfitte, tuttavia, lo skipper non sente il bisogno di ritirarsi a vita privata. Si ritiene indispensabile. Si mostra defilato, in realtà punta a riprendersi in mano il partito.
E' un ostacolo al rinnovamento. Contestatelo ovunque vada!
Fonte www.pieroricca.org
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Lettera aperta a Paolo Ferrero,
prima che vada in Palestina, sugli orfani di Fatah'.
Caro Ferrero,
innanzitutto mi presento. Sono quell'avvocato di cui la scorsa settimana ''Liberazione'' ha pubblicato il lungo articolo contro l'ergastolo.
Ho in comune con te l'essere tuttora comunista e il rivendicarlo pubblicamente.
Ho difeso per 35 anni i compagni che si imbattevano con la legge. Quale laico dò l'otto per mille ai Valdesi (quindi anche a te); il cinque per mille lo dò a Per Gazzella, l'associazione che assiste i bambini palestinesi feriti fondata dalla compagna partigiana Marisa Musu e da Marina Rossanda.
Alle ultime elezioni ho sottoscritto il manifesto astensionista e non ho votato. Alle precedenti ho votato Comunisti Italiani per la presenza in lista di Stefano Chiarini; prima ancora sempre Rifondazione, più o meno convinto.
Ciò detto, veniamo al dunque.
Credo che sia giunto il momento di affrontare senza reticenze e ambiguità il problema di Hamas.
Vado in Palestina dal 1988, in piena prima Intifada. Il primo palestinese conosciuto è stato un grande compagno, Kamal El Kaissi, che ci ha lasciato lo scorso anno dopo avere subito l'ultimo affronto israeliano: lautoambulanza ferma per ore al check point di Betlemme con lui dentro morente. Lo avevo visto nella sua nuova casa a Betlemme due giorni prima che morisse.
Per tanti anni, come tanti ''internazionali'', ho collaborato prevalentemente con le forze palestinesi di sinistra e con gli israeliani che, battendosi per la pace, necessariamente di sinistra erano.
Hamas era appena nato.
Le donne palestinesi con cui lavoravo erano vestite all'occidentale (jeans e maglietta); a Gaza trovavi qualcuna col velo, retaggio egiziano.
Ora tutto è cambiato: Hamas, appena ha deciso di presentarsi alle elezioni politiche, le ha vinte alla grande; in giro per Nablus e per Hebron trovi molte donne velate, più o meno integralmente. Le stesse donne che, come scrutatrici elettorali, nel 2006 non nascondevano il loro entusiasmo ad ogni voto per Hamas.
Ero lì come osservatore elettorale. Tutti hanno dato atto della assoluta regolarità delle elezioni. Appena noto l'esito, ho visto subito lo sgomento in faccia ai compagni che erano con me, soprattutto quelli legati a partiti e/o istituzioni (sindacati, ecc.). Uno si è spinto a dire: ''questi sono fascisti''.
Erano gli stessi compagni che si erano rifiutati di incontrare esponenti di Hamas prima del voto ed anche dopo il voto. Li ho chiamati gli orfani di Fatah.
Successivamente sono tornato in Palestina ed Israele con un altro giro di compagni ed abbiamo incontrato prevalentemente esponenti di Hamas. Lasciamo stare le positive impressioni soggettive.
Il dato politico incontrovertibile è questo: chi porta avanti la resistenza contro l'occupazione colonialista sionista oggi è Hamas.
Senza la resistenza protrattasi per 60 anni (pensa che la nostra contro i nazifascisti è durata più o meno un anno e mezzo!) da tempo i palestinesi sarebbero una minoranza più o meno tollerata nel Grande Israele. Ora, invece, è ancora un popolo che lotta tra infinite difficoltà che avrebbero distrutto chiunque altro.
Fatah (almeno ai vertici) è ormai una forza collaborazionista, ampiamente foraggiata dall'Europa e dagli USA.
Con Israele c'è addirittura collaborazione militare (in maniera più o meno esplicita) in chiave antihamas e quindi antiresistenza.
Chi ragiona ancora in termini di classe conosce il vecchio metodo usato anche dagli antichi romani: per governare lontane provincie conquistate militarmente, selezionavano una elite dell'alta borghesia che comandava in nome e per conto del conquistatore (servi del padrone, padroni tra i servi).
Qualcosa di simile ai governi fantoccio in Iraq e in Afganistan.
Chiunque osi oggi ancora parlare di ''processo di pace'' è oggettivamente un collaborazionista filosionista. Nessun processo di pace è mai esistito nella realtà e nelle intenzioni israeliane; Oslo è stato un grande inganno. Oggi più che mai Israele porta avanti il suo antico progetto: più terra possibile, con meno palestinesi possibile (ricordi il detto: una terra senza popolo per un popolo senza terra?). Livni ha recentemente intimato: ''Lasciateci fare; è affar nostro''.
A ''sinistra'' (!) ora tutti guardano ad Obama. Il colore della sua pelle fa dimenticare quanti miliardi ha speso nella campagna elettorale e chi lo ha foraggiato. Prima ancora che si sia insediato sono iniziate le prime delusioni.
Per la Palestina nessuna delusione perchè non c'è stato neppure tempo per illudersi.
Dopo due giorni dalla presentazione della candidatura, più o meno in contemporanea con Mc Cain, ha ritualmente espresso il suo amore per Israele, come tutti i Presidenti prima di lui.
La scelta del capo-staff è stata conseguenziale: il figlio di un terrorista dell'Irgun, quelli che mettevano le bombe negli alberghi (ricordi il King David?). Il giovanotto è molto legato al babbo (vedi la gaffe del vecchietto) e ad Israele.
Perchè questa lettera proprio oggi?
Perchè stai per andare in Palestina (ho letto la tua risposta ad una lettera). Ti invito a provare ad entrare a Gaza; se non riesci, incontra almeno Hamas in Cisgiordania; oppure prova ad andare a trovare i parlamentari palestinesi, regolarmente eletti, rinchiusi senza alcuna accusa nelle carceri israeliane.
E poi ti scrivo perchè ho letto parole che lasciano trapelare l'avversione per Hamas anche sul tuo giornale. Corrispondenza di Marretta da Gerusalemme: ''Questa non è la Gaza dellANP; è l'Hamastan'' ''Embargo che colpisce solo la popolazione civile e non il movimento islamico Hamas''.
Una offensiva militare in Hamastan è legittima? Se l'embargo colpisse Hamas sarebbe legittimo?
Eppure la stessa giornalista ricorda che una delle condizioni poste da Hamas per il cessate il fuoco era la fine del soffocamento economico e umanitario dell'enclave palestinese e, a detta dellUNRWA, non c'è stato neppure un allentanamento dell'embargo da giugno ad oggi. Non solo, ma la stessa giornalista ricorda che gli attacchi di Hamas hanno avuto come obiettivo l'esercito israeliano, cioè la forza militare occupante.
Ebbene, debbo ricordare ancora una volta che la resistenza anche armata contro loccupante è legittima secondo le convenzioni di Ginevra? (di cui, non a caso, si sta pensando a una revisione).
Strafalcioni paurosi, poi, nel breve resoconto della manifestazione del 29/11.
I manifestanti hanno chiesto labbattimento del muro sorto sul territorio di Israele e rivendicano il diritto al ritorno dei palestinesi nei territori lasciati circa 60 anni fa.
1) Il muro non è un fungo che sorge, ma viene costruito.
2) Il muro è costruito non in Israele ma rubando altra terra ai palestinesi.
3) I territori non sono stati lasciati circa 60 anni fa ma esattamente 60 anni fa circa 750/800.000 palestinesi sono stati cacciati dalle loro case con le armi e con il terrore.
Fa meglio perfino il Corriere che usa il termine ''lasciati'' per i territori ma per il muro quantomeno dice che è stato ''costruito da Israele''.
Il Manifesto (che, stranamente, dà un numero di partecipanti '' 3.000 '' inferiore a quello del Corriere '' 5000) ricorda che solo il PdCI era visibile (Rifondazione ha firmato ma, evidentemente, non ha mobilitato).
Dice Marco Rizzo: ''La sinistra sui temi dell'internazionalismo non esiste più''.
Dice Marco Ferrando: ''Da tempo i gruppi dirigenti hanno cancellato la questione palestinese''.
Dici tu nella tua risposta alla lettrice: ''Non possiamo permetterci l'indifferenza''.
Io, aggiungo, neppure l'ipocrisia di considerare Israele uno stato democratico e non vedere l'evidenza: è uno stato colonialista cui tutto è permesso in nome della Shoah.
La politica criminale dello Stato Israeliano provoca il diffondersi dell'antisionismo che nulla ha a che vedere con l'antisemitismo (quanti ebrei antisionisti ci sono!).
L'Acqua si avvia a diventare un bene di rilevanza economica, una merce e non più un diritto. Dal 2010 la gestione dei servizi idrici sarà messa completamente sul mercato e andrà di fatto nelle mani di società private. Lo stabilisce l'articolo 23bis del famigerato decreto legge 133 (quello che conteneva i primi provvedimenti sulla scuola), approvato dal parlamento con il voto di fiducia il 6 agosto 2008.
Italia. A rischio 900mila posti di lavoro nei prossimi due anni
Nei prossimi 2 anni sono a rischio, nell'industria manifatturiera e nelle costruzioni, circa 900.000 posti di lavoro. L'allarme e' lanciato dalla Cisl che oggi ha presentato il ''rapporto industria 2008''. Secondo l'organizzazione sindacale, nel solo 2008, il numero di coloro a rischio occupazione sfiora le 180.000 unita', per l'esattezza 179.552, rispetto ai 20.000-25.000 stimati a giugno. E le aziende interessate hanno nomi importanti come Fiat, Alitalia, Lucchini, Electrolux, Granarolo, Unilever. Nel complesso, la Cisl stima che oltre il 5% dell'occupazione industriale sia oggi coinvolta in situazioni di crisi ed il dato tende a crescere.
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Venezuela: la vittoria di Chavez e della democrazia rivoluzionaria bolivariana
Una straordinaria vittoria, non solo e non tanto per il Partito socialista unido di Venezuela (Psuv) del presidente Hugo Chavez ma soprattutto per la giovane democrazia rivoluzionaria bolivariana.
Infatti, il partito del presidente ha ottenuto la vittoria in almeno 17 delle 22 regioni andate alle urne nella giornata di domenica pur perdendo il controllo della regione di Miranda e l'amministrazione della provincia di Caracas.
Il compagno Chavez ha esaltato la vittoria che ''conferma il cammino della costruzione del socialismo bolivariano'' e, riconoscendo le singole sconfitte, ha voluto ribadire che le elezioni si sono svolte nel rispetto delle regole democratiche. Tra l'altro si è complimentato con i vincitori dei partiti delle opposizioni, e, riferendosi ai tentativi di golpe da loro perpetrati con l''appoggio degli Usa, ha aggiunto: ''spero che non ripetano i gravissimi errori in cui sono caduti negli anni passati?.
Un successo, quello di ieri, che smaschera i sostenitori del concetto di democrazia americano, ovvero tutti coloro che a partire dalla loro presunta appartenenza ad una civiltà superiore, si ergono a dispensatori di patenti di democraticità.
Il più delle volte, però, questi pseudo paladini delle democrazia sono soliti dividere le nazioni in democratiche o dittatoriali in base al fatto se queste rispondono o meno agli interessi economici e strategici degli Usa, per cui un presidente come Chavez che intacca le rendite delle multinazionali americane del petrolio per utilizzare quei fondi per migliorare le condizioni di vita dei venezuelani a partire dall'istruzione e dalla sanità, viene dipinto come un pericoloso criminale mentre, sempre rimanendo in America Latina, un presidente come Uribe sostenuto dai narcotrafficanti ma che offre supporto logistico alle basi militari americane diviene un baluardo della democrazia.
Se le cose stanno così non so voi ma io, come gran parte del continente latinoamericano, preferisco la dittatura venezuelana alla democrazia colombiana!
Il suo libro intitolato L'operazione Condor denuncia gli atroci crimini commessi di recente dagli Stati Uniti contro i popoli dell'America latina ed è anche un testo fondamentale per capire ciò che significa l'imperialismo yankee. Si tratta della denuncia la più obiettiva e documentata che ho letto fino alla data odierna, eccezionale nel suo stile ed eloquenza. Sbalordisce la lista di figure, militari e civili, vilmente assassinate dentro o fuori dei loro paesi, tra cui importanti personalità come il vescovo salvadoregno Oscar Arnulfo Romero, i generali cileni Schneider e Prats, presidenti di altri paesi, nonché la cospirazione in Cile che ha portato alla morte di Salvador Allende ed allo stabilimento di un governo fascista. Ci sono stati dei presidenti degli Stati Uniti direttamente coinvolgi, come Nixon, Reagan e Bush padre. Nel nostro paese Stella è conosciuta dalla suddetta opera.
Di recente, ciò che ha richiamato ancora la mia attenzione sulla suddetta autrice argentina è stata la relazione presentata alla Conferenza Internazionale ''Rivoluzione ed Intervento nell'America latina'' tenutasi a Caracas, della quale ha inviato una copia a Cuba.
Ci parla dell'invasione silenziosa su tutti i fronti: l'arma della disinformazione, la nuova colonizzazione dell'America latina, ''il cortile di dietro'' come la ''riserva strategica'' dell'impero, la contro-insorgenza operativa, i colpi ''leggeri'', l'intossicazione informatica, i raggruppamenti di sinistra agendo assieme a settori golpisti d'estrema destra; il potente nemico che attacca deliberatamente l'anima dei popoli, la loro cultura ed identità; avamposti coloniali e colonialismi tardivi.
Ci ricorda che la brutale invasione al Panama, il 20 dicembre 1989, è stata preceduta da una campagna di disinformazione che, in quel caso, è riuscita a penetrare i settori progressisti e di sinistra; la manipolazione informatica sulle ragioni che ha allegato gli Stati Uniti per invadere il piccolo paese di poco più di due milioni di abitanti ''diviso in due dall''enclave coloniale che la potenza egemonica manteneva dall'inizio del secolo scorso'', incredibile e grossolana, è ancora impossibile capire come ha paralizzato l'America latina. Finora ''ci ha detto'' s'ignora che ci siano morte migliaia di persone. ''Panama fu la Guernica dell'America.''
Dopo aggiunge che le Nazioni unite hanno avuto ''una presenza di ruolo in tutti questi conflitti''.
Al Qaeda, nato dalle viscere dell'impero, è un tipico esempio di un nemico che il potere egemonico colloca a suo capriccio dove ne ha bisogno per giustificare le sue azioni, così come lungo la storia ha fabbricato nemici e attentati destinati a favorire i suoi piani di dominazione. Il pretesto della Sicurezza nazionale degli Stati Uniti per giustificare i loro crimini, è stato tracciato molto prima degli attentati che hanno fatto crollare le Torri Gemelle l'undici settembre 2001.
E così continua servendosi di argomenti e prove indiscutibili. Lo scrive in no meno di 20 pagine di stretta sintesi. Esprime la sincera ammirazione per i processi rivoluzionari di Cuba e del Venezuela, per la loro lotta coraggiosa nelle prossimità della metropoli coloniale.
Per capire il senso della suddetta lotta, basta ricordare alcune delle frasi pronunciate da George W. Bush, presidente al che manca solo 58 giorni per finire il suo attuale mandato come capo dell'impero.
In mezzo alla crisi che si abbatte sul mondo, ha dichiarato nel vértice dell?APEC che si tiene a Lima:
'Per più di un decennio il mercato libero ha dimostrato essere una via efficace.
La crescita economica in questa regione potrebbe essere illimitata ed è qualcosa che riguarda i popoli liberi. Tutti i paesi onesti nei confronti del loro popolo, avranno l?appoggio degli Stati Uniti.
I nostri partner possono essere sicuri che l?agenda caritatevole degli Stati Uniti si manterrà.
Continueremo ad ispirare il mondo.
''Che Dio vi benedica.''
Bisogna essere incurabilmente cinico per fare tali affermazioni. In tanto che questo si proclamava a Lima, negli Stati Uniti arrivavano notizie sulla gravità della crisi e sul numero di disoccupati in aumento. Le imprese delle industrie automotrici reclamano con impellenza una parte dei 700 miliardi di dollari destinati ad far fronte alla crisi più forte scatenatasi in dieci anni. Assicurano che il fallimento di solo una delle grandi imprese del settore provocherebbe il licenziamento di due milioni e mezzo di lavoratori. Sono cifre siderali di denaro e di danneggiati nel paese che pretende continuare ad ispirare il mercato.
Le elezioni d'oggi nel Venezuela sono complesse a causa della situazione creatasi con le piogge, del numero di collegi, dell'alta cifra di votanti iscritti in ognuno di essi, dell'uso delle risorse mediatiche e dell'abbondante denaro che l'oligarchia e l'imperialismo usano per confondere i votanti, tuttavia, il governo bolivariano agisce degnamente, si preoccupa dei danni cagionati dalle piogge eccessive e combatte con la fermezza e la decisione che ispirano le cause giuste.
Qualunque sia il risultato delle elezioni per eleggere le autorità locali e regionali, non sarà facile spegnere la fiamma accesa dalla Rivoluzione.
Crediamo molto di più alle verità della Calloni che alle ciniche bugie di Bush.
Fidel Castro Ruz
23 novembre 2008.
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ALCUNE CONSIDERAZIONI SUL RECENTE RITORNO DELLE BR
Il decreto Gelmini porta gli studenti (e non solo) in piazza.
Alle manifestazioni di protesta contro il decreto ci sono degli scontri (non si sa se, come in passato, causati da agenti provocatori, ma il sospetto è forte).
Nonostante l'impegno dei partecipanti alle manifestazioni, che instancabilmente gridano ''siamo tutti studenti'' con la utopica speranza, almeno questa volta, di non venire strumentalizzati, il governo, con rapidità e sicurezza straordinarie, dichiara: ''Gli scontri a Piazza Navona del 29 ottobre 2008 sono stati causati dagli studenti di sinistra''.
Ecco creati gli estremisti di destra e di sinistra.
Passano due giorni e il 31 ottobre 2008 Licio Gelli rilascia un intervista in cui afferma:
Terreno ''fertile'' per un eventuale ritorno delle Brigate Rosse''
Ancora qualche giorno e, l'ex presidente della Repubblica, Francesco Cossiga scrive al capo della polizia dispensando consigli:
''Un'efficace politica dell'ordine pubblico deve basarsi su un vasto consenso popolare, e il consenso si forma sulla paura''
Il 13 novembre il Ministro della Pubblica amministrazione Renato Brunetta afferma:
''Sono sotto scorta perchè le Br vogliono farmi fuori''.
Il 15 novembre ancora l'ex presidente della repubblica Francesco Cossiga scrive:
''Cio' premesso io, Francesco Cossiga, già ministro dell'Interno, dichiaro che ho molto più rispetto per i militanti delle Brigate Rosse e di Prima Linea che per i giudici delle Sezioni Unite Civili della Corte di Cassazione''.
Il 23 novembre un volantino firmato "Nuove Brigate Rosse" con la stella a cinque punte cerchiata viene rinvenuto attaccato alla porta d'ingresso della redazione dell'emittente ligure 'Primocanale'. Nel messaggio si legge:
"Nessun compromesso sarà possibile con i carnefici della libertà e dei diritti''
Ricapitolando:
Due indiscussi protagonisti (Gelli e Cossiga) di quel periodo storico noto come gli anni di piombo evocano due cose: ''Br e paura''.
Immediatamente il Ministro della Repubblica Brunetta dichiara di vivere sotto scorta perché minacciato dalle Br.
Le Br ricompaiono con un volantino di rivendicazione annunciando il ritorno della lotta armata.
Il tutto in meno di un mese.
Qualcosa non torna, vediamo cosa:
Un ministro della Repubblica sostiene di vivere sotto scorta perché le Br vogliono ucciderlo.
Eppure alla dichiarazione del Ministro Brunetta, non solo nessun giornale o telegiornale dà particolare risalto, ma nessun giornalista si domanda come, quando e da chi sarebbero state ricostituite le BR?
Due sono le possibilità di tanta indifferenza: o nessuno crede alle affermazioni di Brunetta o qualcosa non va nell'informazione.
La notizia del ritorno delle BR, con le minacce di morte ad un Ministro della Repubblica, non è notizia da poco. Ed invece nulla, nei tg si parla di panettoni e regali di Natale. Tutto normale?
Evidentemente si, ed infatti ecco ricomparire, proprio ieri, come d'incanto, le Br con il loro comunicato.
Evocate e subito comparse, quasi si tratti di magia.
Certo qualcuno potrà sostenere che il ritorno delle Br era prevedibile, vista la situazione difficile in cui versa il paese, e le affermazioni fatte in tal senso provenivano da uomini di sicura esperienza.
Ma a tale affermazione si potrebbe contestare che nel 1992, con il crollo della lira e le stragi, nessuno evocò il ritorno delle Br.
In quel periodo storico della nostra repubblica si preferì una nuova sigla: Falange armata.
Dal 1989 al 1994 la Falange armata rivendicò di tutto: stragi, omicidi, rapine, attentati, ecc...(vedi articolo su questo blog http://paolofranceschetti.blogspot.com/2008/05/gladio-il-principale-segreto-della.html )
L'escamotage però non ebbe gran successo, molte persone ancora oggi non ricordano tale sigla e, ancor meno, che da alcuni viene segnalata come struttura formata da ex appartenenti ai corpi speciali che 'ha visto i natali dentro le istituzioni dello Stato, i cui responsabili hanno molte medaglie sul petto''. (Vedi articolo su questo blog http://paolofranceschetti.blogspot.com/2008/01/capaci-damelio-fauro-georgofili-sono.html )
Non c'è niente da fare, nel territorio italiano la forza evocativa e di paura della sigla Br è difficile da ricreare, e il fallimento della falange armata ne è una dimostrazione tangibile.
Meglio tornare al vecchio.
D'altronde, come dice anche l'ex presidente della Repubblica Francesco Cossiga, il consenso si forma sulla paura. E cosa c'è di meglio per terrorizzare i cittadini, e distrarli dal disastro economico e dalle probabili vergognose manovre a favore dei soliti noti, che il ritorno delle Br?
Nulla.
Ed eccole qua.
Probabilmente tale volantino serve a qualcuno per tastare il polso della forza intimidatrice sulla popolazione del ritorno delle Br.
Se sarà positivo si continuerà ed inizieranno gli attentati e gli omicidi.
Se la popolazione risponderà in maniera distratta si troverà un altro modo per incutere terrore (c?è ancora l?asso nella manica del terrorismo islamico).
Allora mi permetto di dare un consiglio a chi deve ''organizzare'' questi nuovi gruppi terroristici che devono seminare il terrore tra la popolazione a vantaggio dei soliti noti.
Questa volta non fate l'errore commesso nel 1970, siate più organizzati ed attenti.
Se, rivendicando attentati, usate lo stesso simbolo per i gruppi terroristici sia dell'estrema destra che dell'estrema sinistra forse, questa volta, qualcuno potrebbe accorgersene e dirlo.
Nel 1970 avete rifilato come simbolo per rivendicare gli attentati la stella a cinque punte dentro il cerchio sia al gruppo di estrema destra MAR dei Fumagalli[1] che alle BR. Certo, dopo le prime rivendicazioni, ve ne siete accorti ed avete lasciato il simbolo solo alle BR ma, diciamocelo, è stato un errore grossolano.
Quindi, questa volta maggiore attenzione, per favore.
Quando avrete i vostri uomini che attendono in fila, come in caserma e, chiamandoli per nome, gli direte: "tu sarai uno ''sparatore'' di estremista di destra, tu sarai uno di estrema sinistra, ecc.." nel dargli istruzioni, simboli e volantini, per favore, ricontrollate i fogli, il simbolo del gruppo terroristico della sinistra deve essere diverso da quello del gruppo terroristico di destra. OK?
Si lo so, è vero, anche se fate un errore non succede nulla, noi italiani abbiamo dato ampia prova di credere a tutto, anche agli asini che volano, però con i più attenti non ci fate una bella figura.
Una curiosità: alla persona che per errore nel 1970 diede lo stesso simbolo per rivendicare gli attentati sia agli uomini che avete mandato a fare la parte dei brigatisti rossi e che agli uomini che invece avete mandato a fare gli estremisti di destra nel Mar dei Fumagalli cosa avete fatto? Anche lui morto in un incidente d'auto, o ha avuto un infarto?
CURZI: VITA CON IL COMPAGNO...COMODO
DI FULVIO GRIMALDI
L'ambizione ha trascinato molte persone a diventare falsari: hanno un pensiero fisso nel cuore un altro pronto sulla lingua.
Sallustio
Parole bugiarde non sono solo il male in sé, infettano del male l'anima.
Platone
Quando tutti pensano la stessa cosa, nessuno pensa.
John Wooden
Io non sono, per esperienza diretta, molto d'accordo col grande Brecht quando afferma ''beato il popolo che non ha bisogno di eroi''. O almeno non sono d'accordo con coloro che ne deducono l'inutilità degli eroi in ogni caso Ne ho visti troppi di eroi necessari, indispensabili, dalla Palestina all'Iraq, dall'Eritrea alla Somalia al Vietnam. Di innumerevoli altri ho sentito. Forse, se Berthold avesse scritto ''beato chi non ha bisogno di eroi'fasulli''. Sono quelli che vengono celebrati e incensati, perlopiù dopo morti, da peana bipartisan, anzi, onnipartisan, che, come da scienza e logica risulta, sono peana i cui direttori d'orchestra stanno sempre a destra. Obama, che è malauguratamente vivo e lotta contro di noi, ne è l'esempio più recente. E ne parleremo dopo. Il Dalai Lama, pure lui ahinoi tossicamente vivo, è un altro. In campo giornalistico abbiamo due esempi recenti: Enzo Biagi, qualunquista ed eroe del senso comune, campione di salace e banale buonismo, che al massimo poteva dar fastidio al guitto mannaro, uno che si adonta di chiunque non gli lecchi il tacco rialzato.
Con lui, tanti anni fa, andai a intervistare il premier austriaco Bruno Kreisky a Vienna e mi trovai a girare con un ometto che spurgava velenoso astio e spocchiosa irrisione su tutto e tutti, dandosi da grande e volgare macho alla vista di ogni passaggio di ''culi e tette''. Ora tocca a Sandro Curzi e, meritatamente, i coccodrilli più lacrimosi e osannanti glie li hanno fatti campioni dell'etica, dell'idealismo, della coerenza, della professione, come Bertinotti, Veltroni, Petruccioli. Dagli Usa hanno addirittura riesumato Christiane Amanpour, vedette della CNN e concorrente di Oriana Fallaci per chi le sparava più false, razziste e guerrafondaie.
Mancavano solo i mafiopizzinari D'Alema e La Torre, troppo affaccendati nell'eterno, tanto fetido quanto grottesco, wrestling con Veltroni e Bettini, a base di chi si fa inchiappettare meglio dai vari Finisconi. Immaginatevi questa nauseante conventicola tutta riunita in un salone e vi parrà di rivedere quel tremendo affresco che il più grande cineasta politico italiano, Elio Petri, ha tratteggiato della criminalità forchettara democristiana in ''Todo modo''. Un osceno intruglio di facce grifagne, trasudanti falsità e corruzione, pervasi da livorosa bulimia predatrice, rotti a ogni vertice di ipocrisia clericale e a ogni abisso di depravazione profana. Quelli, tra preti assassini e politici ladroni, finirono col farsi fuori a vicenda. Un horror che il verminaio uscito dalla covata togliattian-morotea ci ripropone oggi come remake a livelli ultrà. Senza, per ora, l'esito positivo, letale, dell'originale.
Questa è la gente che ha tessuto l'apologia del ''grande giornalista'', dell'''uomo di strada'', del ''compagno scomodo'', come il pelatone incazzoso ha avuto l'improntitudine di auto-onorarsi in un'agiografia autobiografica. E questi erano i suoi amici, referenti, compagni di bisbocce populistiche. Io ci ho lavorato, con Curzi, per la maggior parte della sua monarchia assoluta al Tg3. Ed era in effetti un TG3 fuori dal coro, nella misura in cui glielo consentiva prima un PCI, non del tutto disancorato dalla sua base intellettuale e proletaria, e poi un PDS-DS che dipendeva per le sue prospettive governiste dal voto anche di chi, prima di essere addomesticato dall'imbonitore rinnegato Bertinotti, credeva e voleva antagonista Rifondazione. Conviene dunque che parli di Curzi partendo da me.
A Curzi, quando ancora imperversava con la sua iperpopulista ''ggente'' (altro che lotta di classe), gli stessi che in morte lo hanno beatificato davano del ''trombone, da quel fragoroso vuoto a rendere per ogni stagione che era. Durante i cinque anni che trascorsi a ''Paese Sera'', corrispondente da Londra e poi inviato di guerra, lo vidi una sola volta. Era un vicedirettore totalmente oscurato e inerte sotto la ferula di due direttori che avevano inventato il migliore giornale italiano: Fausto Coen, detronizzato per filosionismo quando dalla Guerra dei Sei Giorni ebbi modo di raccontare le efferatezze di quello Stato razzista e fascistoide, e poi Giorgio Cingoli. Mi rivolsi a lui per un sostegno contro le critiche che mi piovevano da Cingoli per essere nei miei reportage troppo schierato con il movimento del '68, odioso all'editore di riferimento, il PCI. Curzi si mostrò comprensivo e partecipe e' non mosse un dito, dando prova di quell'atteggiamento bifronte e bipartisan di cui avrei avuto conferma vent'anni più tardi.
Lo ritrovai nel 1989 quando, assunto in Rai al Tg3, ero stato parcheggiato prima a ''Uno Mattina'' del TG1, e poi all'''Evelina'', un ufficio pseudogiornalistico che smistava le immagini dalle e alle televisioni estere. Mi ci vollero due anni, con l'appoggio del sindacato di Beppe Giulietti, per convincere il direttore del telegiornale di sinistra, al quale avevo chiesto l?assunzione, di accettarmi nella sua redazione. Una redazione infarcita di piccisti, come di socialisti, democristiani, liberali, sionisti (sull'entrata alla redazione esteri campeggiava la scritta ''Questa è una redazione filoisraeliana''), in perfetto sincronismo con gli equilibri politici in atto, seppure nell'intesa che il Tg3 sarebbe stato quello di ''sinistra'', a fronte del socialista e del democristiano. Appunto ''Telekabul'', ma poi presto, cacciati i sovietici dall'Afghanistan, ahinoi ''Telepapa'', con quel Benedetti all'orecchio di Woytila e del catto-Cia Walesa, che venne fatto passare per ''grande vaticanista''. Qualche credenziale, per la verità, al Tg3 la portavo: cinque anni alla BBC, anni di inviato per alcune grandi testate nazionali e straniere, quattro lingue (l'inglese non lo sapeva nessuno), esperienza di quattro continenti e molte guerre e rivoluzioni, tre anni da inviato ambientalista al Tg1'' Modestamente, per il telegiornale un po' burino di allora, quasi una scala reale. Ma mi mancava l'asso: la tessera, la casella. Non ero iscritto a nessun partito e nemmeno alla parrocchia, nessun boiardo di Stato si dava la minima cura di me. Così sguarnito degli attributi richiesti, alla faccia della professionalità. non solo gli risultavo umanamente sgradevole, ma avrei scombinato il meticoloso mosaico di caselle che garantivano la sua direzione e tenevano soddisfatti i vari sponsor e padrini.
L'ambiente non contava una mazza nel giornalismo di allora. Ma WWF, Legambiente, Italia Nostra, Greenpeace e movimenti di base andavano guadagnando interesse e consenso di elettori e spettatori. Su loro sollecitazione, Curzi iniziò ad occuparsi, di malavoglia, di ambiente. Era dunque la cenerentola tra le tematiche redazionali e così risultò opportuno rinchiudere il sottoscritto nella nuova, marginale, collocazione di ''esperto ecologico'', togliendomi da quella redazione ''filoisraeliana'' a cui Curzi era arrivato a rendere commosso omaggio per come aveva sostenuto, papisticamente e colonialisticamente, la ''liberazione'' della secessionista Croazia mentre praticava il genocidio della Jugoslavia e dei serbi che si trovavano alla sua mercè. Mi inventai una rubrica chiamata ''I tempi che corrono'', nella quale raccontavo il tempo meteorologico alla luce dei tempi climatici e sociali che dal Nord si abbattevano sul pianeta. La conduttrice del programma di cui avevo una rubrica, Donatella Raffai, si adombrò perché in una puntata avevo, turbando le sue gioconde facezie, inserito qualche bambino rinsecchito dalla desertificazione euro-indotta dell'Africa. Senza battere ciglio, fui esorcizzato e sbattuto in Cronaca Nera. Ma lo stesso Curzi venne impietosamente cacciato dai suoi boss diessini quando, avanzati nel voto, pensavano di poter sostituire al minuscolo Tg3 il ben più remunerativo Tg1. Operazione che figurati se i volponi dell'altra parte, già intrisi di spirito santo berlusconiano, avrebbero consentito. Il detronizzato finì a dirigere il giornaletto del PRC, ''Liberazione''. Per un destino sardonico, ci saremmo rivisti anche lì.
Fu il successore di Curzi, grigio, accomodante e democristiano, a ridarmi, sotto pressione di un mondo ambientalista sempre più autorevole e istituzionalizzato, nonchè di una stampa benevola, una rubrica di traino al Tg3 delle 19.00: ''Vivere!''. Non durò mica tanto. In concomitanza con il lento declino della lotta contro la distruzione del pianeta in termini climatici, parallela all'accentuarsi della distruzione sociale e bellica, la rubrica perse di interesse, sebbene più per la classe politica che per la ''ggente''. Fu nuovamente cassata e tornai agli esteri. Tra la proliferazione incontrollata dei successori di Curzi, diretta conseguenza di equilibri politico-economici-clericali non assestati (siamo nella seconda metà degli anni '90), piombò anche la vernacolare dalemian-agnelliana Lucia Annunziata. La ricordo giusto per avermi intimato, se proprio volevo fare delle corrispondenze dall'Iraq divorato dalla prima guerra del Golfo, dall'embargo e da incessanti bombardamenti, di non osare di presentarmi con immagini di bimbetti devastati dall'uranio, o uccisi da fame o diarrea. ''Mica vogliamo fare un favore a quel delinquente di Saddam e un torto ai nostri amici!'', ingiunse. ''Fammi vedere i palmeti di datteri, le rovine di Babilonia, un po' di colore mesopotamico''
Amico e compare degli amici come dei ''nemici'', sodale, nella corporazione dei giornalisti, di chiunque avesse influenza, dall'estrema destra all'estrema sinistra, primo sdoganatore del MSI ancora bandito dall'Arco Costituzionale formalmente antifascista, trombettiere di tutte le false cause ''umanitarie'', da Sarajevo a Tien An Men, assuntore di figli e congiunti dei potenti, Curzi, tuttavia, nello spazio garantitogli dall'allora forza compartecipe della gestione tangentopolista del paese, aveva con sé un gruppetto di giovani che i suoi proclami buonsensisti li traducevano in giornalismo eterodosso, a volte audace, contaminato dalla contigua ''Samarcanda'' di Santoro. Finchè durò. Non si ripetè questa qualità a ''Liberazione'', giornale in cui entrai in fuga dal servilismo euro-atlantico-papista che il Tg3 manifestò in occasione dei crimini di guerra dalemiani in Jugoslavia. Per la verità, lo scafato marpione mi accolse a braccia aperte e subito mi spedì a Belgrado, poi in Palestina, poi in Iraq, poi a Cuba: uno del Tg3, anche abbastanza noto, non era acquisto da poco per il giornaletto del monarca Bertinotti. Con quest'ultimo, in travolgente corsa verso compiacenze padronali e imperiali e conseguenti elevati scranni, mi trovai ben presto in divergenza. Mi si tollerava perché la base del partito pareva essermi affezionata. In particolare l'ala di sinistra, che faceva capo all'''Ernesto''. Quello che scrivevo dai paesi elencati non quadrava con gli stereotipi dell'intossicazione mediatica ufficiale: come ci si poteva permettere di contrastare la versione dei serbi etnopulitori e ipernazionalisti, come la presa di distanza dai combattenti palestinesi, come la satanizzazione di Saddam e di tutto il ''terrorismo islamico'' Perché ci si ostinava a parlare di un imperialismo e di lotte di liberazione e di classe, quando tutto questo il pontefice cashmirato aveva archiviato negli scaffali del ''sanguinario Novecento''
Straordinario Curzi. Bertinotti gli ingiungeva di mettermi il morso e tirarmi le briglie e lui mi convocava per chiedermi in tono querulo ''fai attenzione, non eccedere, prova a moderarti, io ti capisco (faceva finta di parteggiare per 'L''Ernesto''), la penso come te, ti difendo, non rendermi la vita difficile, gli equilibri sono quelli che sono, vedrai domani'' Accanto avevaClaudio Grassi, leader dell'''Ernesto'', che annuiva solidale. Pareva di essere tra gli olimpionici dell'ipocrisia di ''Todo Modo''. Un istante dopo avrebbe sbattuto per Bertinotti i tacchi e disteso quel suo sorriso da coccodrillo addomesticato. Tutto questo ebbe la sua summa nel maggio del 2003, quando, insieme a un drappello di irriducibili della deontologia professionale, prima ancora che della solidarietà politica, tentammo di inserire spilli nel pallone delle false accuse a Cuba. Bertinotti aveva deciso che conveniva far da prestigioso solista nel coro di coloro che onoravano terroristi cubani, dirottatori e mercenari prezzolati dalla potenza assediante, della qualifica di ''intellettuali dissidenti''. Come Bush e la mafia di Miami dettavano. Da conclamato amico e difensore di Cuba, il ''compagno scomodo'' subito si accomodò nell'operazione ordita dal terrorismo di Stato Usa e rilanciata dal suo principale. Un rapporto professionale e umano durato dal 1967 al 2003 fu incenerito nell'autodafé del mio licenziamento in 24 ore (Il PRC e ''Liberazione'' erano coerentemente impegnati nella difesa a oltranza dell'Articolo 18), senza neanche la letterina di prammatica del direttore: ''Dobbiamo purtroppo rinunciare alle tue prestazioni, bla bla bla, ti ringraziamo, bla bla bla. La decapitazione mi fu comunicata dall'amministratore per telefono. L'input era stato chiaramente del futuro presidente della Camera. Qualcuno si sollevò contro questa smagliante osservanza della libertà d'espressione, duemila firme di iscritti bersagliarono il palazzo di Via del Policlinico. Curzi e la sua iperbertinottesca, ma anche dalemista vice, Rina Gagliardi, si affannarono sul giornale a spiegare che ero io il responsabile della rottura, visto che non solo non mi ero attenuto strettamente all'esclusivo tema ambientalista (mai assegnatomi), ma avevo anche trasgredito la ''linea del partito''. Mi chiedo cosa dovrebbe fare oggi il povero Ferrero, segretario di un partito che si chiama della Rifondazione Comunista, di un Sansonetti-Sionetti che, da dichiarato non comunista, passa la giornata al videogioco intitolato ''Come si rema contro la linea del partito''.
Affrontai il tiro a due della carrozza bertinottiana in occasione di un incontro ''sulla libertà di stampa'' (pensate!) alla Festa di Liberazione. Semplicemente con un bavaglio sulla bocca. I due si infuriarono oltre ogni modo e, sentendomi gratificato dall'applauso di qualcuno nel pubblico che non gradiva bollettini e censure aziendali, si misero a urlare scomposti ''provocatore, non è che un provocatore!'' Un po' come Lama definiva noialtri di Lotta Continua. Me la dovevo aspettare.
Poco tempo prima, sprovveduti e bravi compagni lombardi mi avevano candidato al Senato. Mentre battevamo palmo per palmo, mercato per mercato, bar per bar, la sconfinata bassa del Po, arrivavano, seppi più tardi, ansiosi avvertimenti da Roma perché non ci si desse ''troppo da fare per la vittoria di Grimaldi, non è gradita''. Vinse Forza Italia. A me mancarono 200 voti su 18mila. Come si era meritato ampiamente, mentre il suo mentore e sovrano ascendeva al terzo scranno della Repubblica, in sintonia Curzi fu elevato al consiglio d'amministrazione della Rai. E qui, visto che ormai non c'era più niente da perdere o da guadagnare, il ''compagno'' di una mai esplicitata Resistenza si rivelò finalmente al volgo e all'inclita, insomma alla ''ggente'' nella sua vera natura, scevra, per cura bertinottiana, di ogni fisima di parte, cioè di quella parte. Fu quando il cda venne chiamato dal direttore generale Cappon a pronunciarsi sulla sua richiesta di sbattere fuori dalle palle Agostino Saccà, l'uomo-fiction del Servizio Pubblico che, intercettato mentre leccava i piedi a un Berlusconi in fregola di sistemare le sue cortigiane, si era fatto ''scendiletto delle brame più basse del padrone'' (Tafanus). Votarono per la cacciata dell'immondo personaggio i consiglieri del centrosinistra, contro, quelli di un'opposizione con gli aculei sullo stomaco. Curzi, il postcomunista, si astenne. E lo salvò. Coronamento di un'onorata carriera.
Voglio chiudere con un po' di quel ''colore'' che tanto si è fatto strada nei tg da allora. Sandro Curzi compie 70 anni e lo si festeggia nel loft del Palazzo delle Esposizioni. Siamo invitati in 400. Noialtri ai tavolini nei remoti margini, A cerchi concentrici verso il protagonista in sollucchero l'intera combriccola della paludata malainformazione nazionale. Bonzi e palloni gonfiati, venerandi maestri e pennivendoli in auge. Mentitori di professione. Emissioni impure dalle froge dei licantropi. Ma questo è niente. Colui al quale ''il manifesto'' titola due paginoni con ''Sandro, scomodo, prezioso compagno'' aveva organizzato una coreografia che la parata ddl Columbus Day a New York è niente al confronto. Sul palazzone di fronte, a frotte di romani e turisti sbigottiti, veniva proiettata, dal calar del buio a notte e festeggiamenti inoltrati, il colossal della vita e delle imprese di Sandro Curzi. Lo stesso su una dozzina di schermi all'interno. Un Curzi panottico, in cinerama, da consegna, se non all'eternità, ai posteri. D'Annunzio a Fiume, Augusto sul Campidoglio, Gesù in croce e in gloria. Curzi con Togliatti, Curzi con Moro, Curzi con Brezhnev e Gorbaciov, Curzi, scendendo rapidamente, nella dispensa di Bertinotti, Curzi a Praga, Curzi con la mosca al naso e con il naso a Mosca, Curzi a Las Vegas, Curzi in salotto, Curzi sul cavallo della Rai, Curzi in tuta, Curzi in pigiama, Curzi con fiche, Curzi con la consorte, di profilo, a figura intera, nel vento, nella neve, immacolato, smagliante, svettante. La chiusa non avrebbe potuto che essere, e forse lo sarà, Curzi sepolto nel Pantheon.
Insomma, che vogliamo, visto che a sinistra, sempre con culto bipartisan, ci si inebria di Obama, un qualche alloro a Curzi lo si potrà pur concedere. E se Curzi, tromboneggia sui diritti dei lavoratori e poi mette in mezzo a una strada i giornalisti scomodi, privilegiando gli amici degli amici, i figli dei padri e della nomenclatura, eppure si merita gli appassionati elogi del ''manifesto'', perché stupirsi se lo stesso ''giornale comunista'' conferma con il titolo ''Il team dei migliori'' le agghiaccianti scelte reazionar-clintoniane del novello profeta nero per la sua camarilla di governo. Segretario di Stato Hillary Clinton, co-stragista di serbi, palestinesi e iracheni, creatura più simile alla Medusa rettilo-chiomata che a femmina umana; del sionista ultrà, terrorista figlio di terroristi israeliani, Rahm Emmanuel, capo dello staff e che rimproverò Bush di non essere sufficientemente filoisraeliano, s'è già detto in passato; anche della sua conventicola di banchieri bancarottieri, vezzeggiata con il voto a favore degli 850 miliardi di salvataggio, capeggiata da quel lobbista ebraico di Robert Rubin, mallevadore sotto Clinton di un neoliberismo privatizzatore, deregolante e predatore che neppure Reagan si era sognato. Ci sono tutti, sembra di stare nei saloni di Vlad, in Transilvania. Tutti nel segno della stella di Davide: i Goldman Sachs, i Lehman Brothers, i Warburg, i Chase Manhattan, I Rothschild, i Lazard Fréres, la fallita (nonostante le operazioni planetarie sulla droga, insieme alla Cia e alla Dea) Citybank. E poi i militari, garanti dell'espansione dell'impero, dal superfalco generale Larry Jones, neoconsigliere nazionale per la Sicurezza (quello dello stato di polizia a casa e dei genocidi fuori), all'apparentemente confermato ministro della guerra a mezzo mondo, Robert Gates.
Ce ne sono altri, ve li risparmio, e non c'è neanche la punta della scarpa di uno non conservatore, non di destra, non dell'establishment (il quale establishment non per nulla gli ha dato più quattrini di qualsiasi presidente della storia Usa), espressione di quel movimento di massa che dal compagno Barack pensava di essere traghettato a nuova vita. E' il CAMBIAMENTO, bellezza. Yes we can fuck you, brutti cretini. E noi, brutti cretini, a farci spremere gli ultimi sghei dal ''manifesto'', sebbene non più privato dell'obolo di Stato, per farci rifilare questa pillola di cianuro indorata. Naturalmente l'agente Cia Al Zawahiri gli ha subito dato il conforto delle sue minacce e del suo anatema. Ci possiamo aspettare altri cataclismi ''antiterroristici'' e antislamici.
Un'ultima chicca. Chi sono i prescelti dall'illusionista nero per rivedere l'intero apparto di intelligence e reimpostare i 14 servizi segreti, cruciali per la guerra infinita, interna ed esterna? John Brennan e Jami Miscik, già funzionari Cia sotto il bushista George Tenet che, rispettivamente, hanno collaborato alle intercettazioni illegali a 360 gradi, ai rapimenti e alle torture delle extraordinary renditions, e alla costruzione della bufala delle armi di distruzione di massa di Saddam. Sullo sfondo, ma nel ruolo di supervisori del tutto, i protagonisti del roll back , cioè dell'"arrotolamento", dell'Unione Sovietico e oggi dello scontro con la Russia per il dominio in Asia: Madeleine Albright, Zbigniew Brzezinski, lo stesso Gates e tutti i loro accoliti nel Pentagono. E la CONTINUITA' bellezza.
Qualcuno, anche i neokeynesiani del ''manifesto'', parla di un nuovo Roosevelt, di un altro New Deal, dimenticando che il capitalismo Usa oggi è assai più debole. Allora c'era una nazione creditrice, con attivi commerciali e la manifattura che dominava i mercati globali. Cionostante, fu soltanto sotto la pressione di lotte semi-insurrezionali, come lo sciopero di Toledo Autolite, lo sciopero generale di Minneapolis, di San Francisco e dell'industria automobilistica e grazie alla seconda guerra mondiale, con i milioni di persone tolte di mezzo, che il paese uscì dalla crisi. La crisi di oggi è il risultato di un declino protratto del capitalismo nordamericano, di debiti le cui cifre non si possono contenere in una riga di A4, la decimazione della sua base produttiva e il cui sistema finanziario è diventato la locomotiva di una recessione planetaria. Allora Roosevelt, assistito da sindacati gialli e da un PC come al solito stalinisticamente moderato e compiacente, riuscì a uscire dalla crisi ed evitare una rivoluzione socialista. Oggi, non fosse per la sciagurata dispersione o complicità delle sinistre, la situazione sarebbe più favorevole al cambiamento. Osama lo brandisce proprio per esorcizzarlo. Attenti ai colpi di coda.
Roma. Giovane denudato dai poliziotti e costretto un'ora e mezzo al freddo
Un giovane addetto alla gastronomia di un supermecato del centro esce dal lavoro alle 22:30 passate e giunge in prossimità della sua abitazione intorno alle 00.30. Ad un centro punto viene fermato da due poliziotti che lo perquisiscono e nonostante non trovino niente nè nei vestiti nè nella macchina, lo lasciano fuori in strada con i pantaloni calati (a Roma c'erano 0 gradi) e senza scarpe. Dopo 15 minuti gli dicono di alzare i pantaloni ma lo lasciano ancora senza scarpe per strada. Per un'ora e mezza il giovane protesta e attende che i poliziotti lo lascino andare, ma niente. I due agenti se ne stanno in macchina senza dare spiegazioni. E lui fuori, visto da diversi passanti ignari. "Mi sentivo un criminale, privato dei miei diritti. dovrebbero essere le guardie a spiegarti la legge. Ma sai quando gli ho detto che, da quello che ne sapevo io per spogliarmi mi avrebbero dovuto portare in caserma, che cosa mi ha risposto uno dei due?. La legge la sò io, tu non vieni ad impararmela"
Vicenza . Le forze armate USA si prendono tutto il territorio al Dal Molin
I tecnici del movimento del No hanno svelato con nuove mappe che il Governo Usa avrebbe messo a punto l'ultima versione del progetto che comprende l'intera area dell'aeroporto Dal Molin di Vicenza. Il commissario governativo on. Paolo Costa, aveva promesso, subito dopo l'estate, che alla città sarebbe andata una parte dell'aeroporto civile (a Est su viale Sant'Antonino) come compensazione. Invece non solo la pista di decollo e atterraggio verrà ricostruita, ma anche considerata parte integrante della base militare. E i dati sono di pubblico dominio ... "le carte smentiscono le rassicurazioni del commissario Costa che aveva promesso alla città la parte est del Dal Molin (mentre l'insediamento statunitense verrebbe realizzato a ovest) e l'assenza di voli militari" dicono al Presidio No Dal Molin "Come si vede dalle carte di fonte ufficiale statunitense i militari a stelle e strisce posizionano il confine della nuova struttura militare lungo via S. Antonino (a est), inglobando anche tutta l'area che, secondo Paolo Costa, sarebbe stata donata alla città come compensazione. E in questa zona gli statunitensi hanno progettato una pista di decollo e atterraggio".
Roma. DA TUTTA ITALIA PER MANIFESTAZIONE SULLA PALESTINA SABATO PROSSIMO
Stanno prenotando i pullman da Milano, Bologna, Firenze, Pisa, Napoli, verranno dalla Puglia e dalla Sardegna a Roma per partecipare alla manifestazione nazionale per i diritti del popolo palestinese che si terrà il prossimo sabato 29 novembre in occasione della Giornata internazionale di solidarietà con la Palestina decretata dalle Nazioni Unite. La manifestazione concluderà la Campagna ''2008 anno della Palestina'' con l'obiettivo di "impedire la liquidazione della questione palestinese in occasione dei sessanta anni dalla Nakba" ed ha visto tra le altre iniziative - la contestazione della Fiera del Libro di Torino "dedicata a Israele ma negata alla memoria storica dei palestinesi".
La manifestazione intende denunciare anche ''La sistematica omissione della questione palestinese, che rivela la complicità politica, militare, diplomatica dei governi italiani con l'occupazione israeliana e l'apartheid contro i palestinesi'' resa più grave - secondo i promotori - anche "dalla visita di Napolitano e di 300 imprenditori italiani in Israele mentre si aggrava l'assedio dei palestinesi rinchiusi a Gaza". Questa omissione - dicono gli organizzatori - "sembra riguardare anche le manifestazioni di solidarietà con il popolo palestinese che vengono completamente ignorate se pacifiche ma amplificate e criminalizzate se bruciano bandiere".
Il corteo partirà alle ore 15.00 da Piazza della Repubblica e si concluderà a Piazza Madonna di Loreto (piazza Venezia) con gli interventi di una esponente della Campagna "2008 anno della Palestina", di Baha Hussein giovane palestinese proveniente da Gaza e Kassem Ayna coordinatore delle ong palestinesi nei campi profughi in Libano, di Mons. Hylarion Capucci a nome delle comunità palestinesi in Italia. In testa al corteo ci sarà una grande chiave a simboleggiare il diritto il ritorno per i profughi palestinesi ed anche uno striscione dedicato allo scomparso giornalista del Manifesto Stefano Chiarini "Ciao Stefano, siamo qui. Per la Palestina, come sempre"
Italia. Detassazione delle tredicesime? Secondo il governo non c'è trippa per gatti
"I costi della detassazione delle tredicesime sono elevati: 5-7,5 miliardi di euro. Cifre difficilmente pensabili in questa fase". E' quanto affermato dal sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Paolo Bonaiuti, alla trasmissione 'Il caffe" condotta da Corradino Mineo. Bonaiuti pensa che "la terapia d'urto vada dosata nel tempo, a seconda dell'andamento della crisi. Bisogna dosare gli interventi con saggezza. Noi ci siamo mossi per primi con una finanziaria valida per 3 anni. Ad ottobre abbiamo anche difeso le banche, affinche' nessun risparmiatore perdesse un euro. Il Fondo Monmetario Internazionale riconosce che il sistema bancario italiano e' solido". Il governo ammette che c'e' un problema legato al riconoscimento degli italiani effettivamente poveri. "E' un grande problema gia' emerso al tavolo con le parti sociali - dice Bonaiuti - vanno accertati i redditi reali, perche' una forte parte del lavoro e' in nero. Si sente colpito chi ha un reddito fisso".
Giorgio Baratta, presidente della «International Gramsci Society» considera la conversione di Gramsci «una vecchia storia, mai provata da documenti ufficiali, che anzi la smentiscono». Nei tanti documenti, e anche nelle lettere private, sull'ultimo periodo della vita di Antonio Gramsci non emerge nessun dato che possa provare la conversione del fondatore del PCI conferma Giuseppe Vacca, presidente della Fondazione Istituto Gramsci, commenta la tesi sostenuta da monsignor Luigi De Magistris, penitenziere emerito della Santa Sede, secondo cui il leader comunista, in punto di morte, ricevette i sacramenti cristiani. "In realtà la notizia ricalca quella già apparsa nel 1977 - spiega Vacca - quando, a 40 anni dalla morte di Gramsci, una suora ricordò di averlo assistito e riferì di questa conversione. E già nel '77 sulla rivista cattolica 'Studi sociali' Della Vedova adduceva altre testimonianze che confutavano questa, non so se veridica, testimonianza" . "In altri documenti, chiarisce ancora Vacca, è la cognata Tatiana, che accudì Gramsci negli ultimi tempi, a raccontare di essere stata lei stessa a dover allontanare un sacerdote che voleva somministrare i sacramenti a Gramsci". Della conversione "non parla nemmeno una lettera del fratello Carlo a Togliatti, in cui si legge della volontà di Gramsci di essere cremato. Cosa che inizialmente trovò qualche ostacolo perchè non era credente e perchè il regime fascista temeva manifestazioni di piazza, essendo la vigilia del primo maggio. Documenti di polizia, anche i fonogrammi della Questura, non fanno alcun cenno". Tra le 'prove' citate da Vacca anche "una lettera di Tatiana alla sorella Giulia in cui non c'è il minimo accenno a questo. Credo che nella corrispondenza familiare, che è più intima, ci sarebbe qualche riferimento a questa conversione, invece nulla. Al momento - conclude lo studioso - non c'è alcuna seria documentazione che provi questa notizia".
Sondaggio. La maggior parte delle famiglie la vede nera. "La cura dell'ottimismo" di Berlusconi non funziona
La crisi sara' lunga. E' quanto emerge dal sondaggio promosso da Confesercenti e SWG presso le famiglie italiane. Per oltre 14 milioni di famiglie (60% del campione) la crisi durera' da un minimo di anno a due anni e intanto secondo l'indagine 6 milioni di famiglie si trovano con le tasche vuote alla terza settimana e altre 2 milioni arrivano solo a meta' mese. Sulle prospettive, per ben 8,3 milioni di famiglie (il 34% del campione considerato) la fase recessiva durera' da un minimo di un anno fino a due anni. Per altri 6 milioni invece (il 26%) potrebbe superare anche la soglia dei due anni. C'e' poi un 12% che ritiene la crisi un problema di 6-12 mesi mentre i piu' ottimisti (9%) la giudicano superabile entro i sei mesi (un 19% non risponde). Ma il termometro della crisi si rileva anche dal fatto che ben il 58% degli intervistati teme che la situazione economica peggiori nei prossimi 12 mesi. C'e' anche una pattuglia di ottimisti - il 14% - che scommette su un miglioramento, mentre per un altro 28% non cambiera' nulla. ''Ma soprattutto colpisce il fatto che rispetto al 2007 raddoppia (dal 16 al 32%) la percentuale di chi guarda con maggiore preoccupazione alla situazione della sua famiglia.
OGGI è la giornata internazionale contro la violenza sulle donne
Colgo l'occasione tuttavia per ricordare un tipo di violenza culturale che gran parte delle donne accettano di subire in silenzio. Parlo della mercificazione del corpo femminile attraverso i media. I programmi televisivi pieni di veline sculettanti e seminude, i cartelloni pubblicitari ammiccanti, gli spot che evocano richiami sessuali, i calendari con carfagne più o meno discinte, certe copertine fatte apposta per eccitare il consumatore italico. Parlo di queste cose. Sento la mancanza di un grande movimento - innanzitutto femminile - contro la banalizzazione dell'eros e la mercificazione del corpo delle donne. Ho atteso per anni un segnale, invano. Non vedo una critica dura, un'opposizione appassionata rispetto a questa tendenza di ridurre la donna a veicolo pubblicitario. Difficile attendersi una resipiscenza operosa dagli strateghi del marketing e della pubblicità, uomini o donne che siano. Fin che un messaggio tira, vanno avanti; il loro obiettivo è aumentare i fatturati. E l'ammiccamento sessuale è un messaggio che non conosce crisi: l'italiano medio tendenzialmente sbava. Per questo sarebbe utile che le donne impegnate a diffondere la cultura delle pari opportunità e dell'emancipazione (o della differenza) femminile decidessero di far sentire la propria voce in modo organizzato.
Prevengo l'obiezione: non si tratta di condannare, novelli talebani, il gioco della seduzione e l'estetica della bellezza femminile, ma di rafforzare il messaggio di chi giustamente si oppone a ogni discriminazione di genere. Occorre che le donne serie di questo Paese - a cominciare dalle madri di adolescenti aspiranti veline - dicano forte e chiaro che è ora di finirla, per esempio annunciando che non acquisteranno più prodotti pubblicizzati attraverso un corpo femminile.
In campagna elettorale Berlusconi ne ha dette parecchie. Una delle più gravi era riferita ai fatti del G8 di Genova: ''Altro che Commissione su Genova, dovremmo farla sui pubblici ministeri!''
Quella dichiarazione incornicia il clima in cui si è svolto un processo durato oltre sette anni, quello per le violenze e gli abusi della Diaz. E' una sentenza di primo grado, ma il processo, in pratica, finisce qui. La prescrizione è dietro l?angolo.
Toccherà ai libri di storia, forse, dire quello che in un tribunale non si è saputo, potuto o voluto dire. ''Vergogna!'', dice Vittorio Agnoletto nell'intervista che abbiamo realizzato il 14 novembre scorso. E lo è, questo di Genova, un finale vergognoso.
Quand'anche le motivazioni esprimessero una sentenza equa sotto il profilo giuridico, non si cancellano gli impedimenti omertosi delle forze dell'ordine, le pressioni politiche, il disinteresse delle istituzioni alla verità.
Questa sentenza non offre giustizia alle vittime perché è un parto indesiderato, e le sue motivazioni, per quanto rigorose, non potranno che essere tali: figlie di uno Stato di diritto in agonia, impotente com'è di fronte ad oligarchie eversive che considerano se stesse al di sopra della legge.
Per questo non ci sentiamo, nemmeno per un istante, simili a coloro che incensano questo triste epilogo, assolvendo moralmente l'intera scala gerarchica e festeggiandolo come un successo politico, oltreché istituzionale. Non si tratta di anticipare le motivazioni che i giudici depositeranno, ma di ammettere che il bilancio è avvilente, che dopo sette anni di processo i conti non tornano e non torneranno.
La notte del 21 luglio 2001, in seguito a due riunioni di vertice presso la questura di Genova, oltre trecento agenti fecero irruzione nel complesso della Diaz. Dei novantatré presenti (tutti arrestati per associazione a delinquere finalizzata alla devastazione e al saccheggio), i feriti furono più di settanta, alcuni molto gravi, uno addirittura in coma. I condannati in primo grado e futuri prescritti sono tredici. Tra loro nessun dirigente. Al contrario, come ricorda Agnoletto, i dirigenti coinvolti nella tre giorni di Genova sono stati quasi tutti promossi.
I fatti di Genova sono un?ipoteca sul futuro della nostra Democrazia. Andava estinta immediatamente. Ad oggi, questo Paese ne sembra incapace.
Argentina . Un carnefice della dittatura militare...si è tolto di mezzo da solo in diretta televisiva
Un ex commissario della polizia argentina, Mario Ferreyra, responsabile delle torture, sparizioni e violazioni deidiritti umani negli anni dell'ultimo dittaura militare (1976-83) nel paese, si è suicidato 'in diretta' durante un'intervista alla tv. "Maria, addio" sono state le ultime parole dette dall'ex commissario, noto come 'il guappo' Ferreyra, prima di spararsi un colpo alla testa, mentre veniva intervistato a San Miguel de Tucuman (nord del paese) da un giornalista dell'emittente Cronica. L'ex commissario era ricercato dalla polizia da qualche giorno, dopo l'ordine d'arresto chiesto da un giudice di Buenos Airescon l'accusa di aver violato i diritti dei detenuti in un centro clandestino dove negli anni della dittatura i militari tenevano imprigionati i 'desaparecidos'. Accuse di fronte alle quali, 'il guappo' Ferreyra si era sempre detto innocente.
Cattive notizie per il capitalismo
di Daphne Liddle*
Il governo ungherese questa settimana è andato a supplicare il Fondo di crisi dell'Unione Europea e il Fondo Monetario Internazionale per ottenere dei prestiti di salvataggio volti a scongiurare un crollo finanziario. Non sono i primi e non saranno gli ultimi, in un momento in cui la crisi capitalista si diffonde in tutto il mondo. L'Islanda è stata la prima. Ora le ex repubbliche sovietiche del Baltico e l'Ucraina sono sull'orlo del collasso finanziario. Il Pakistan chiede all'Arabia Saudita di differire i pagamenti del petrolio per evitare al paese di essere inadempiente nella restituzione degli attuali prestiti internazionali.
Coloro che hanno sostenuto che il capitalismo è l'unica via, non sono capaci di indicare nemmeno un paese in cui funzioni il sistema capitalista, che è invece sfruttamento e oppressione. I guru nel campo dell'economia che predicavano il "libero mercato", cantando inni di lode ai ricchi, ora predicano le virtù di John Maynard Keynes e la bontà dell'intervento del governo per salvare il sistema bancario internazionale e preservare gli sproporzionati patrimoni dei ricchi capitalisti, industriali e proprietari terrieri del mondo imperialista.
La loro chiara intenzione è quella di far pesare l'intero onere della crisi globale sui lavoratori. I lavoratori dell'industria, dei servizi e dell'agricoltura che producono l'intera ricchezza del mondo, saranno dissanguati per continuare a garantire una vita parassitaria di ozio e di svago ai ricchi. Ma solo se noi lo permetteremo.
Il Socialismo è l'unica via d'uscita dalla crisi, perché la crisi può essere risolta solo se mettiamo fine una volta per sempre all'intero sistema di sfruttamento. Ciò che scrissero Marx e Engels, per cui lottarono più di 100 anni fa, è tutt'ora valido. I lavoratori nelle fabbriche, nel terziario e nell'agricoltura producono l'intera ricchezza del mondo, ma al di fuori dei paesi socialisti ricevono solo una frazione di questa ricchezza. Il sistema capitalista è moribondo e in bancarotta ma non se ne andrà senza una massiccia pressione rivoluzionaria per il cambiamento. Costruire il movimento comunista in Gran Bretagna e nel resto del mondo accelererà l'arrivo di quel giorno.
da New Workeron-line- http://www.newworker.org
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Intervista a Gilberto Pagani
Dopo sette anni di processo il dispositivo della sentenza per gli abusi alla scuola Diaz delude profondamente chi cercava giustizia. Abbiamo sentito Gilberto Pagani, uno degli avvocati di parte civile. Tre i punti chiave del suo ragionamento:
1
Le prove contro i dirigenti c'erano, numerose e pesanti. Inspiegabilmente il tribunale non le ha prese in considerazione.
2
I vertici della polizia hanno sabotato l'inchiesta in ogni modo, nel silenzio della politica.
3
L'impunità dei responsabili dei misfatti di Genova è un gravissimo precedente per lo Stato di diritto nel nostro Paese.
Molti sognano che, con un semplice mutamento nella direzione dell'impero, questo diventerebbe più tollerante e meno bellicoso. Il disprezzo per l'attuale Presidente (Bush ndr) porta a farsi illusioni su un eventuale cambiamento del sistema.
Ancora non si conosce il pensiero più profondo del cittadino che prenderà il timone. Sarebbe estremamente ingenuo credere che le buone intenzioni di una persona intelligente possano cambiare ciò che secoli di interessi e di egoismo hanno creato. La storia umana dimostra che le cose non vanno così
Cobas, Cub e Sdl proclamano lo stop di otto ore il 12 dicembre
Il sindacalismo di base contro il governo
(fr.pi.) L'onda lunga della contestazione alla politica economica del governo cresce ormai di settimana in settimana. Il sindacalismo di base, che aveva riportato un grande successo con lo sciopero generale del 17 ottobre (ben oltre le 300.000 persone in corteo, a Roma), prova ora il bis. Cobas. Sindacato dei lavoratori e Cub hanno indetto ieri un altro sciopero generale di otto ore. L'aspetto politicamente rilevante è che la data scelta - il 12 dicembre - coincide con quella già indicata dai metalmeccanici della Fiom e dalla Funzione pubblica Cgil, e fatta propria da tutta la confederazione diretta da Guglielmo Epifani.
Per chi ha esperienza del movimento operaio, oltretutto, la data del 12 riporta immediatamente a Piazza Fontana, quando fascisti e servizi segreti misero in atto la strage (16 morti) che diede ufficialmente il via alla «strategia della tensione» (anche se diversi attentati, fortunatamente senza vittime, si erano già verificati prima).
Le tre organizzazioni (il comunicato porta le firme dei coordinatori nazionali Piero Bernocchi, Piergiorgio Tiboni e Fabrizio Tomaselli) «intendono rispondere positivamente alla corale richiesta proveniente dall'intero popolo della scuola pubblica», collegandolo a un più generale momento di lotta «contro la finanziaria, i tagli e la privatizzazione di scuola e università, per usare il denaro pubblico per forti aumenti salariali e pensionistici, per scuola, sanità e servizi pubblici e non per salvare banche fraudolente e speculatori», «contro la precarietà e per l'abolizione della legge 30 e del pacchetto Treu, per la sicurezza nei posti di lavoro, per la difesa del diritto di sciopero e il recupero dei diritti sindacali». Il 12 verranno organizzate manifestazioni regionali e provinciali, «cercando la massima unità con le mobilitazioni degli studenti e del popolo della scuola pubblica». La decisione non è stata comunque indolore. All'interno della Cub forti perplessità sono state espresse da altri tre coordinatori nazionali, che giudicano questo sciopero «in difesa della Cgil» e «per sostenere lo scontro politico in atto tra opposizione e governo».
I conflitti sociali si sono rimessi in moto e mettono sotto stress tutte le organizzazioni - quelle politico-partitiche così come quelle sindacali - che si erano strutturate, nel corso degli ultimi decenni, in condizioni assai più statiche e ripetitive. E' una crisi di crescita che può essere salutare, se si tiene d'occhio - come si diceva un tempo - «l'unità della classe e dei movimenti».
MIKHAIL KHAZIN: GLI USA AFFRONTERANNO PRESTO UNA NUOVA ''GRANDE DEPRESSIONE''
Il noto economista aveva previsto la crisi finanziaria statunitense fin dal 2000
DI YEVGENIY CHERNYX
Komsomolskaya Pravda
Cinque anni fa dirigevo le pagine culturali della Komsomolskaya Pravda. Era normale che le case editrici mi inviassero mucchi di novità da recensire. Un giorno, scavando all'interno dell'ultimo carico di libri, mi sono imbattuto in un volume intitolato "Il Tramonto dell'Impero del Dollaro e la Fine della Pax Americana".
Ricordo di essermi ripetuto il titolo, tra me e me, in tono incredulo. Ai vecchi tempi, gli americanologi dell'Unione Sovietica adoravano dibattere sul collasso dell'impero finanziario statunitense. Ma questo libro era del 2003.
Lo sfogliai, dando una rapida occhiata al testo. La conclusione dell'autore (l'economista Mikhail Khazin) sembrava piuttosto convincente. Perciò passai il libro alla sezione economica della KP, curata da Jenya Anisimov, che scrisse una recensione e in seguito intervistò l'autore nella nostra redazione.
In questi anni non mi sono scordato di Khazin e ne ho seguito la carriera, mentre teneva svariate conferenze in tutta la Russia. Sembrava sicuro che gli U.S.A. si trovassero sull'orlo di un crollo economico, teoria che gli altri analisti si affrettavano a rifiutare. E oggi, mentre la sua prognosi, un tempo così ostica, comincia ad avverarsi, la KP ha contattato Khazin per un'altra intervista.
Licenziato dal Cremlino!
KP: Mikhail Leonidovich, cos'è che l'ha portata a predire l'attuale crisi finanziaria? Khazin: Nella primavera del 1997 il Cremlino costituì il Dipartimento Economico della Presidenza, e io ne fui nominato vicedirettore. Il nostro primo incarico fu la stesura di un rapporto per [l'allora Presidente Boris] Eltsin, riguardo la situazione economica. Rilevammo che per la Russia una crisi economica era imminente, e che si sarebbe scatenata tra la fine dell'estate e l'inizio dell'autunno del 1998, a meno che la politica economica del paese non fosse cambiata. KP: Quali spunti presero le alte sfere dal vostro rapporto?
Khazin: Nessunissimo, in realtà. A parte il vicepresidente e lo stesso Eltsin, nessuno lesse il rapporto. Nell'estate del 1998, l'Amministrazione ci licenziò tutti, perché avevamo cercato di bloccare un progetto di investimenti chiamato "Titoli di Stato - Corridoio dei Tassi di Cambio". Si trattava della più grande operazione finanziaria dell'era post-sovietica. Come avevamo previsto, la crisi economica colpì quello stesso agosto. Insieme ai miei colleghi, ho continuato a esaminare le ragioni di quella crisi. Dopo aver studiato approfonditamente il sistema finanziario statunitense, rilevammo un parallelo fin lì ignorato. Così come il nostro mercato dei Titoli di Stato aveva prosciugato l'economia russa, il mercato finanziario statunitense stava risucchiando le risorse dell'intero pianeta. Ci rendemmo conto che un destino simile attendeva il sistema finanziario degli U.S.A. Il nostro articolo venne pubblicato nell'estate del 2000, sulla rivista Ekspert, col titolo "Gli Stati Uniti Stanno Spianando la Strada all'Apocalisse?" La nostra conclusione era che una crisi economica statunitense fosse inevitabile quanto il collasso finanziario russo.
Fare gli Scemi
KP: Evidentemente negli U.S.A. non avevano ascoltato la canzone dei LUBE [gruppo rock russo] durante la Perestroka, "Don't Play the Fool, America!" Seriamente, comunque, qual è la vera ragione di questo crollo economico? Cerchiamo di spiegarlo senza ricorrere a un linguaggio troppo tecnico...
Khazin: Ci proverò! Il modello economico che ha portato al crollo è derivato dalla crisi degli anni 70. Fu una tremenda crisi finanziaria causata dal surplus di capitale. Persino i classici dell'economia del XIX secolo avevano concluso che il capitale tende a crescere più velocemente dei redditi da lavoro. Questo porta a una diminuzione della domanda. Nel capitalismo tradizionale, il problema si risolveva in una crisi di sovraproduzione, e in un'economia di tipo imperialistico in una fuga di capitali. Ma, arrivati agli anni 70, questi sfoghi non funzionavano già più. Eppure, la situazione internazionale esigeva che gli Stati Uniti effettuassero un grande balzo tecnologico in avanti, o avrebbero perso la Guerra Fredda con l'Unione Sovietica. L'amministrazione Carter e il presidente della Federal Reserve Paul Walker elaborarono un'idea molto scaltra. Per la prima volta nella storia del capitalismo, i capitalisti iniziarono ad aiutare la collettività, mettendo in circolazione nuova moneta che stimolasse la domanda aggregata.
KP: Decisero di far andare le stampatrici?
Khazin: Esatto. Nei primi anni 80 cominciarono a stimolare la domanda tramite i contributi dello Stato. Per esempio, lanciarono il programma delle "Guerre Stellari". E nel 1983 misero l'accento sui risparmi delle famiglie.
KP: Intende dire che si affidarono al cittadino qualunque?
Khazin: Sì. Per un intero quarto di secolo, nell'economia delle famiglie è stata riversata una quantità di valuta sempre maggiore.
KP: In parole povere, parliamo di credito?
Khazin: Sì. Gli Stati Uniti furono in grado di raggiungere un ulteriore traguardo del progresso tecnologico grazie a questo eccesso di domanda. Ottennero il collasso dell'Unione Sovietica e fugarono molti dei loro maggiori timori. Ma... L'espansione si era realizzata grazie a risorse che avrebbero dovuto provvedere alla crescita futura. Il paese divorava sostanze con due generazioni di anticipo. Gli Stati Uniti accumularono un debito spaventoso. Risulta evidente se confrontiamo la crescita del debito delle famiglie coll'insieme del debito statunitense e col PIL. L'economia cresce a un tasso annuale del 2-3%, al massimo del 4. Ma il debito cresce a un tasso dell'8-10%.
KP: Be', che cresca pure... Finora gli Stati Uniti se la sono cavata alla grande... Meglio di noi!
Khazin: Sì, gli U.S.A., stimolando la domanda nei consumatori, hanno creato un alto tenore di vita. Intere generazioni hanno vissuto senza conoscere la povertà. Ma è impossibile vivere per sempre a credito. Il debito delle famiglie è diventato più grande dell'economia nazionale, più di 14 bilioni di dollari. E adesso siamo all'incasso. Ovviamente, Wall Street ha cercato di rimandare il crollo. Non voglio entrare nel dettaglio dei titoli derivati e di altri simili prodotti finanziari, basti dire che si trattava di un ultimo respiro prima dell'inevitabile soffocamento.
Un ulteriore problema degli Stati Uniti è che intorno alla domanda in crescita sono state create grandi industrie. Qualunque decisione prenda Wall Street, la domanda è destinata a precipitare. Cosa ne sarà di queste aziende? Nel 200 stimammo che sarebbe scomparso il 25% dell'economia statunitense. Oggi riteniamo che la percentuale più verosimile sia un terzo, se non di più.
KP: È davvero tanto!
Khazin: È una quantità enorme. Ma cosa comporta esattamente questo, la distruzione di un quarto dell'economia degli Stati Uniti? Comporta una crescita incontrollabile della disoccupazione, una gravissima depressione, una brusca impennata dell'incidenza dei servizi sociali sulla spesa pubblica... In questo momento gli Stati Uniti si agitano nel tentativo di salvare questa porzione dell'economia. Il governo sta aiutando banche e industria manifatturiera... Ma nonostante tutto, entro due o tre anni gli Stati Uniti dovranno fronteggiare una crisi simile alla Grande Depressione.
(*) Mikhail Leonidovich Khazin è nato nel 1962. Ha studiato matematica all'Università di Stato di Yaroslavl e all'Università di Stato di Mosca. Dal 1984 al 1991 ha lavorato all'Accademia Sovietica delle Scienze. Tra il 1993 e il 1994 ha lavorato al Centro Studi Statale per le Riforme Economiche. Tra il 1995 e il 1997 è stato a capo del Dipartimento per la Politica del Credito presso il Ministero dell'Economia. Tra il 1997 e il 1998 è stato vicedirettore del Dipartimento Economico della Presidenza. Nel giugno del 1998 ha lasciato il pubblico servizio. Attualmente è il presidente della ditta di consulenza Neokon.
La Direzione nazionale di Rifondazione comunista ha discusso e deciso su una serie di importanti questioni relative alla crisi di Liberazione e alle nuove regole sulle retribuzioni dei dirigenti, dell'apparato e degli eletti nelle istituzioni.
Pubblichiamo la sintesi delle conclusioni del segretario Paolo Ferrero, sul giornale, e l'odg approvato; la sintesi della relazione di Claudio Grassi , responsabile organizzazione, sulle retribuzioni; e la sintesi dell'intervento di Fosco Giannini, per l'area de l'Ernesto.
G8 di Genova: tutti assolti i vertici della Polizia.
Giovedì 13 novembre 2008 si è concluso l'ultimo dei tre grandi processi di primo grado per gli eventi legati alle proteste contro il G8 del luglio 2001 a Genova.
Il processo a 29 funzionari di polizia per l'irruzione alla scuola Diaz che terminò con 93 persone arrestate illegalmente e 61 di queste ferite gravemente si è concluso con una sentenza esemplare: sedici assoluzioni e tredici condanne.
La guerra ai fannulloni conquista da mesi i titoli dei telegiornali. I sondaggi lo incoronano - parole sue - 'Lorella Cuccarini' del governo, il più amato dagli italiani. Brunetta nella caccia alle streghe contro i dipendenti pubblici non conosce pietà. Ha ristretto il regime dei permessi per i parenti dei disabili, sogna i tornelli per controllare i magistrati nullafacenti e ha falciato i contratti a termine. Dagli altri pretende rigore, meritocrazia e stakanovismo, odia i furbi e gli sprechi di denaro pubblico, ma il suo curriculum non sempre brilla per coerenza. La trasferta a Teramo per diventare professore. La casa con sconto dall'ente. Il rudere che si muta in villa. Le assenze in Europa e al Comune. Ecco la vera storia del ministro anti-fannulloni.......continua
Bologna . Aggressione fascista, due compagni feriti. Arrestati quattro naziskin
Quattro neofascisti sono stati arrestati dalla Digos per un'aggressione compiuta la scorsa notte, nel pieno centro di Bologna, a due giovani di sinistra, etichettati come "comunisti". Prima gli insulti politici, poi il pestaggio: una delle vittime, un 34enne di Catanzaro, è in condizioni serie all'ospedale Maggiore con il naso e una mascella fratturati e una lesione ad un occhio, un suo amico di 21 anni se l'è cavata con qualche livido. I fascisti arrestati sono Luigi Guerzoni, 33 anni, di Bologna. Vincenzo Gerardi, 26 anni, entrambi già noti alle forze dell'ordine; Gunther Xavier Latiano, studente di 25 anni, Alessandro Malaguti, 20 anni. Gerardi, noto con il soprannome di "miccia", è imputato a Bologna per associazione per delinquere finalizzata alla discriminazione e all'odio o alla violenza per motivi razziali, etnici, nazionalistici e religiosi, in un processo che vede coinvolti diversi esponenti di gruppi di estrema destra, per episodi avvenuti tra il 2002 e il 2006. Nella stessa inchiesta era finito anche Guerzoni, che è stato però prosciolto all'udienza preliminare, ma ha alle spalle numerosi precedenti di polizia per reati di discriminazione razziale, porto d'armi, fabbricazione di ordigni esplosivi, violenze e minacce a pubblico ufficiale. Guerzoni inoltre fa parte, insieme a Malaguti, del gruppo musicale "Legittima offesa"; sul proprio sito web il gruppo si definisce «skinheads-band nazionalista e anticomunista».
Cina, Russia e Bielorussia rinunciano al dollaro ?
di Anatoly Gorev *
Il recente incontro tra il Primo Ministro russo Vladimir Putin e il suo omologo cinese, Wen Jiabao, ha suscitato scalpore in ambito finanziario. Wen Jiabao ha detto che le due nazioni potrebbero sopportare la crisi finanziaria mondiale, se unissero le forze; Putin sprona ad andare oltre e propone di interrompere l'uso della valuta statunitense nelle transazioni cino-russe.
Non è una novità. Russia e Cina hanno già siglato un accordo quadro nel novembre 2007, seguito da un?intesa simile tra Cina e Bielorussia.
All'inizio di quest'anno, il Presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad e il leader venezuelano Hugo Chavez si sono schierati contro l'uso del dollaro, in particolare quando hanno chiesto ai partner dell'OPEC di non usare più la valuta USA nel commercio del petrolio, sostenendo che il biglietto "verde" non è più affidabile ed è giunto il momento di trovare un'alternativa più stabile e prevedibile.
Stranamente, a differenza della sollecitazione di Ahmadinejad e Chavez, la proposta di Putin giunge quando il dollaro recupera e inizia a spingere sull'euro. Gli economisti hanno anche parlato in termini di inversione di tendenza globale della valuta, piuttosto che di un temporaneo apprezzamento del dollaro.
Gli analisti prevedono che il dollaro si appresti a riguadagnare il suo valore nei prossimi mesi, poiché ritengono che nulla possa ostacolare una costante crescita.
Tuttavia, Putin ha proposto che la Russia e la Cina smettano di utilizzarlo come strumento di transazione. Perché? Si tratta di mancanza di fiducia nei confronti delle prospettive del dollaro o di una scelta politica?
Gli esperti hanno opinioni differenti in merito. Igor Nikolayev, analista strategico responsabile di FBK, società di revisione tra le più quotate in Russia, sembra scettico: "Credo che si tratti di una dichiarazione politica piuttosto che di una decisione economica. Vi è un sentimento diffuso per cui gli Stati Uniti sarebbero la fonte di ogni male, così cerchiamo di smettere di usare il dollaro", ha spiegato. "Si deve tenere presente, però, occorrerebbe trovare un'altra valuta per sostituire il dollaro nelle transazioni internazionali. La Cina è improbabile che usi il rublo e la Russia sarebbe ugualmente riluttante ad accettare lo yuan. Potrebbero allora optare per l'euro, ma il suo futuro è incerto, soprattutto considerando gli attuali sviluppi sui mercati finanziari globali. Inoltre non è certo che la Cina, che detiene la maggior parte delle riserve internazionali in dollari, sia propensa a utilizzare l'euro", ha aggiunto. "Ci sono più domande che risposte", ha concluso Nikolayev.
Per essere obiettivi, riportiamo che altri analisti non sono così scettici circa la possibilità che le imprese russe e cinesi utilizzino unità monetarie comuni.
Andrei Marinchenko, direttore generale della Kalita-Finance, ha detto che l'idea è del tutto realistica. Inoltre, ritiene che il rublo abbia buone probabilità di essere selezionato come valuta per le riserve, in primo luogo perché i cinesi sono delusi del dollaro e non abituati all'euro.
Solo il tempo mostrerà chi ha ragione. Ma è evidente che smettere l'uso del dollaro nelle transazioni russo-cinesi è una decisione troppo importante per essere giustificata da motivi meramente politici.
Supponiamo che accada; quali saranno le implicazioni per le imprese russe, quale impatto avrà la nuova realtà politico-finanziaria sui redditi e i risparmi?
Marinchenko è convinto sugli esisti positivi dell'operazione: "una volta che il rublo fosse riconosciuto come moneta di scambio, si avrebbe una crescita della domanda cinese, sia delle aziende che dei privati. La moneta russa di conseguenza si rafforzerebbe e diverrebbe più influente a livello mondiale. La Russia diventerebbe immune ai molti shock dovuti ai crolli delle borse e non dovrebbe temere future svalutazioni o rivalutazioni del rublo. Tutto ciò accadrà perché il dollaro USA, che ha guadagnato la reputazione di moneta instabile e inaffidabile, sarà molto meno importante".
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PORCA DIAZ
''Un due tre, viva Pinochet, quattro cinque sei, a morte gli ebrei, sette otto nove, il negretto non commuove''. (Anonimo tutore dell'ordine, Genova 2001)
Quando viaggiavo ogni giorno da studente pendolare mi capitò di dividere lo scompartimento del treno con due signori che, dai discorsi che facevano, si qualificarono come appartenenti alle forze dell'ordine. Chiacchieravano e si scambiavano i resoconti delle ultime avventure. "Eri di servizio ieri, per la partita?" "Si, quante gliene abbiamo date ai rossi. E domenica sarà ancora meglio. Siamo a Livorno, sai quante zecche rosse potremo menare?" "Te ne toglierai la voglia, eh?" "Puoi scommetterci".
Io ascoltavo e mi chiedevo se fosse normale che dei tutori dell'ordine potessero parlare così, riferendosi per giunta solo ad una partita di calcio. Figuriamoci se si fosse trattato di manifestazioni politiche. continua...
Italia. La BBC svela la montatura delle molotov alla Diaz di Genova. Furono il pretesto del massacro
Un´inchiesta giornalistica della Bbc di prossima pubblicazione: «Naples Digos Inspector entering Diaz Pertini» svela con le immagini trasmesse la montatura delle famose molotov alla scuola Diaz di Genova durante il mattatoio del luglio 2001. Si tratta cioè del fantomatico ispettore della Digos di Napoli che introduce materialmente nella scuola le molotov della vergogna, una della prove fasulle - la "regina" delle prove false - con cui la Polizia di Stato avrebbe voluto "giustificare" il massacro e le manette ai 93 attivisti trovati nelle scuola. Si riconoscono il cortile della scuola Diaz, le sagome dei funzionari di polizia che si allontanano dopo aver chiacchierato a lungo intorno al sacchetto azzurro con le due bottiglie incendiarie.
LA VERA TRAGEDIA DELLA CRISI FINANZIARIA E' CHE LA GENTE MORIRA'
La dura realtà del crollo economico non è il fatto che l'idraulico Joe non potrà acquistare la sua azienda, o che i fondi pensione della gente si stanno perdendo o che la disoccupazione aumenta; la cruda verità è che la gente morirà.
Già con l'aumento dei prezzi del cibo, 100 milioni di persone sono state spinte alla povertà, secondo la Banca Mondiale, con altri 2 miliardi di persone sull'orlo della catastrofe. Ricordiamoci che quasi metà della popolazione mondiale vive con meno di $2.50 al giorno. Milioni muoiono ogni anno di fame e denutrizione, mentre oltre un miliardo di persone non ha accesso ad acqua potabile.
Questi numeri sono destianati a una rapida impennata, con l'aumento della popolazione, la diminuizione delle risorse naturali e il generale aumento dei prezzi al consumo di tutti i generi di beni e servizi. Quindi mentre la borsa crolla e l'economia mondiale vacilla, è importante ricordare che si sta parlando di qualcosa di più delle perdite finanziarie, si parla di perdite di vite umane. E aumenta anche il fatto che non solo le persone in posti remoti nel mondo stanno vivendo in queste condizioni durissime. Da notare: i lavori persi nello stato dell'Indiana [negli USA, ndt] hanno causato un picco della povertà infantile del 29% dal 2000 ad oggi. Il divario tra ricchi e poveri negli USA e nel mondo ha raggiunto livelli record -- e questo ha serie conseguenze.
L'OECD [l'Organizzazione per lo sviluppo e la cooperazione economica, ndt] ha dichiarato questa settimana che il divario tra i ricchi ed i poveri nel mondo è in aumento, con gli USA che sperimentano la maggior divisione.
Stiamo vivendo il maggior divario di ricchezza della storia. Un'ulteriore erosione della base economica farà sprofondare altre persone nell'indigenza.
Questo è il motivo perchè è importante risolvere la crisi economica ora.
Siamo tutti collegati
I paesi ricchi stanno provando con forza a correggere le avversità economiche quotidiane che affliggono il mondo. E' stato convocato un summit economico d'emergenza. Sono state intraprese misure forti. Sono stati varati interventi di tutti i generi.
I paesi sviluppati si son resi conto che le proprie economie sono intrinsecamente legate a vicenda dagli avanzati strumenti finanziari. Quando un paese perde, lo stesso capita agli altri, come abbiamo notato in questi giorni da paesi distanti come la Cina e la Corea.
C'è però un altro collegamento che non è stato discusso: i paesi in via di sviluppo. Lo sviluppo di questi paesi dipende dalle economie dei paesi sviluppati, più di quanto le economie dei paesi avanzati siano interdipendenti. L'erosione dei mercati finanziari deve ancora farsi sentire nei paesi in via di sviluppo, con il venir meno dei movimenti di fondi dai quali questi ultimi dipendono.
E qua sta la triste fine dell'effetto espansione: toglie il cibo dalle bocche dei bambini, chiude i rubinetti d'acqua e spedisce orde di persone a vivere nella disperazione.
Dobbiamo risolvere la crisi economica mondiale, non solo per mantenere i nostri standard di vita, ma anche perchè la gente possa continuare a vivere.
La crisi economica che stiamo vivendo oggi, e probabilmente domani, è più che soli numeri. Ci sono facce con cui abbiamo a che fare per ogni singola unità di valore perso. E questo è qualcosa che non saremo mai in grado di quantificare. In ogni caso dovremmo riconoscere che le perdite che accadono davanti ai nostri occhi ogni giorno - ogni cinque secondi muore un bambino per mancanza di cibo o acqua - sono una questione di vita o morte.
Il comandante Barack Obama
Con Petraeus e Brzezinski, Obama porterà più guerra in Afghanistan e Pakistan
di Enrico Piovesana*
Barack Obama, la guerra e la pace. Rispetto a George W. Bush sarà diverso?
Il suo slogan, Change, cambiamento, non significa la fine della 'Gwt',
la Guerra Globale al Terrorismo, ma solo un cambiamento dei campi di battaglia su cui verrà d'ora in poi combattuta.
Un cambio di rotta che tra l'altro, merita sottolinearlo, il 'Comandante in Capo' in pectore Barack Obama ha già avviato, dando indicazioni che l'anatra zoppa Bush, ormai ridotto a mero passacarte, ha subito reso operative.
Obiettivo Afghanistan e Pakistan. Il primo agosto scorso Obama ha detto: "Noi porteremo avanti una guerra che deve essere vinta! Il primo passo è quello di lasciare il lasciare il campo di battaglia sbagliato in Iraq per spostarci in quello giusto, in Afghanistan e Pakistan. Voglio essere chiaro: su quelle montagne si nascondono i terroristi che hanno ucciso tremila americani e pianificano di colpire ancora. Se abbiamo concrete informazioni d'intelligence su obiettivi terroristici di alto valore e il presidente Musharraf non agisce, lo faremo noi".
Dopo dieci giorni, il 10 agosto, Musharraf si è dimesso e Cia e Pentagono hanno iniziato una campagna di bombardamenti missilistici
sulle Aree Tribali pachistane senza precedenti per la loro frequenza: 19 raid in due mesi, che hanno causato la morte di almeno 150 civili.
Il 14 luglio Obama ha detto: "In Afghanistan abbiamo bisogno di più truppe, più elicotteri. Bisogna inviare almeno due brigate da combattimento supplementari (circa 8 mila soldati, ndr)".
Dopo meno di due mesi, i 9 settembre, Bush si è mosso in questa direzione, annunciando il ritiro di 8 mila uomini dall'Iraq e l'invio in Afghanistan di 4.500 uomini entro gennaio, dicendo che altri rinforzi seguiranno nella prima metà del 2009.
Agli ordini di Petraeus. La politica militare di Obama non è farina del suo sacco. Per sua stessa ammissione, l'ex senatore dell'Illinois ha seguito le direttive dello stratega militare supremo, il generale David Petraeus, a capo del CentCom, il comando centrale strategico delle forze armate Usa competente per le operazioni in Medio Oriente e Asia Centrale e Meridionale.
L'altro mentore di Barack Obama in materia di guerra al terrorismo è il suo consigliere per le politica estera, il vecchio Zbigniew Brzezinski, uno che di Afghanistan, Pakistan e di terroristi islamici se ne intende. Fu lui, infatti, che in qualità di Consigliere per la Sicurezza Nazionale del presidente Jimmy Carter, ideò l'Operazione 'Ciclone' con cui la Cia arruolò, armò e addestrò i futuri terroristi islamici (Bin Laden compreso) per combattere i russi in Afghanistan.
Brzezinski - cofondatore nel '73 della Commissione Trilaterale - è stato un vero creatore di mostri, se si tiene conto che fu sempre lui a convincere la Cina a sostenere Pol Pot in funzione antivietnamita.
Speriamo che con la vecchiaia sia migliorato.
Roma - Era ottobre 2007. Il consiglio dei ministri approvava il cosiddetto "DdL Levi-Prodi", disegno di legge che prevedeva per tutti i blog l'obbligo di registrarsi al Registro degli Operatori di Comunicazione e la conseguente estensione sulle loro teste dei reati a mezzo stampa.
La notizia, scoperta del giurista Valentino Spataro e rilanciata da Punto Informatico, fece scoppiare un pandemonio. Si scusarono e dissociarono i ministri Di Pietro e Gentiloni, ne rise il Times, Beppe Grillo pubblicò un commento di fuoco sul suo blog. Il progetto subì una brusca frenata e dopo un po' le acque si calmarono. Cadde il governo Prodi.
Un anno dopo: novembre 2008. Un altro giurista, Daniele Minotti, si accorge che il progetto di legge gira di nuovo nelle aule del nostro Parlamento, affidato in sede referente alla commissione Cultura della Camera (DdL C. 1269).
(foto Levi )( foto Veltroni )
Levi è del PD. Il segretario del PD è Veltroni. O non sa nulla, come dicono gli succede spesso, o è d'accordo.
Questa legge sarebbe l'inizio della fine di liberta' di espressione della rete in Italia.
Mediobanca, Ligresti e Benetton sono membri del patto Pirelli. Tronchetti, con Ligresti e Benetton, fa parte del sindacato che controlla Mediobanca. Quando la Pirelli ha venduto le sue azioni di Olimpia (la scatola che controllava Telecom Italia), tra i compratori c'erano Intesa San Paolo e Benetton, partecipanti al patto di blocco che controlla Pirelli. C'era poi Mediobanca, che non solo partecipa al patto di blocco Pirelli, ma ha anche Pirelli e Benetton tra i membri del suo sindacato di controllo.
Mediobanca è azionista diretta di una quindicina tra le più importanti società quotate. E' il socio più forte nel patto di sindacato che controlla RCS Mediagroup, editore del Corriere della Sera. Unicredit è il primo azionista di Mediobanca. Mediobanca controlla Assicurazioni Generali con il 14%. Generali è membro del patto Pirelli. Generali è inoltre azionista di Intesa San Paolo, a sua volta socia di Tronchetti in Pirelli e Olimpia e in teoria in concorrenza con Unicredit.
Questo, riassunto in breve, è soltanto uno dei labirinti di potere che Gianni Dragoni e Giorgio Meletti, autori di ''La Paga dei Padroni'' (Chiarelettere), descrivono per illustrare un sistema economico e finanziario, quello italiano, ridotto a pochi salotti in cui i protagonisti sono sempre gli stessi. I conflitti di interesse si moltiplicano. La concorrenza, la salute delle aziende, la competitività internazionale, le garanzie dei piccoli azionisti, vengono sacrificate in nome del potere. ''Tutto risponde a regole molto precise'', scrivono gli autori, ''che garantiscono la conservazione di un assetto stabile di controllo delle principali società e una rigida spartizione dei benefici privati del controllo''.
Quali sono questi benefici? Immensi capitali gestiti rischiando pochissimo in prima persona, attraverso decine di holding (scatole cinesi). Avere poche azioni non importa, se si possiede il pacchetto di controllo. I dividendi sono marginali quando puoi attribuirti cariche e stipendi milionari indipendentemente dai bilanci e dall'opinione dei piccoli azionisti, che non contano nulla.
''E' una filosofia da comprendere, poiché ha radici strutturali. Il capitalismo italiano non è maturato con la cultura dell'iniziativa, ma nell'ossessione della stabilità, ed è strutturato per essere impermeabile alle novità'', scrivono Dragoni e Meletti.
Attraverso le storie delle famiglie, dei gruppi e dei blindatissimi patti di sindacato che guidano il capitalismo all'italiana, gli autori disegnano una mappa fatta di manager letteralmente coperti d'oro. Manager che ''continuano ad essere assunti seguendo un modello della fedeltà'' che non tiene in nessun conto i risultati, tra mega stock options e bonus d'ogni genere.
''La Paga dei Padroni'' ha il merito di spiegare ai profani le strutture e gli strumenti attraverso i quali la ragnatela del potere economico si tesse e si difende.
E' la radiografia di una nuova oligarchia che non ha nulla a che vedere con il binomio domanda-offerta, con la qualità e l'efficienza, è solo questione di potere, di privilegi. Gli altri non contano nulla, non devono contare nulla, anche se il Paese va a rotoli.
Nella prossima iniziativa davanti a Mediobanca ne leggeremo al megafono i passaggi più interessanti.
Buona lettura, Franz
www.pieroricca.org
"Succede che arrivi stanco da un viaggio in giro per il mondo ed il mattino cerchi l'automobile. E scopri una bella croce celtica con in alto a sinistra la lettera ''T'' e in basso a destra la lettera ''S''. Si gela il sangue: hanno anche lasciato la firma, sono quelli del gruppo fascista Trieste-Salario! Io non sfido nessuno, ma nessuno creda di far cambiare di una virgola il mio lavoro". ...continua
da giovedì 13 novembre sarà in libreria ALZA LA TESTA!, libro più dvd che ho realizzato insieme agli amici Diego Franz ed Elia. Lo pubblica l'editore Chiarelettere. La prefazione è di Marco Travaglio.
Il video propone una selezione dei nostri filmati, alcuni già presenti in rete, altri inediti. Tra i temi che tocchiamo: la vicenda Europa 7, le ombre di Cesare Geronzi, il nodo irrisolto del conflitto di interessi, i casi Andreotti, Dell'Utri e Cuffaro, il G8 della vergogna, la corruzione previtiana nel caso Mondadori, la questione Unipol-Bnl, la mala-informazione, da Fede a Farina. Le incursioni si alternano a manifestazioni improvvisate e interviste irriverenti; il tutto ha come contrappunto alcuni frammenti di miei comizi da un balcone milanese. Le musiche sono di Matteo Ponzano. Il trattamento delle immagini è di Matteo Fiacchino.
Il libro racconta i retroscena e il contesto delle varie iniziative; riporta in versione integrale i testi di alcuni comizietti in strada e di vari botta e risposta; riepiloga la vicenda del processo vinto contro Berlusconi (con le sentenze pubblicate in appendice) e del sequestro del blog conseguente alla querela di Emilio Fede; fa il punto delle varie denunce per diffamazione e riunione non autorizzata; propone i carteggi con Claudio Petruccioli, Cesare Previti, Giulio Andreotti; parla di Qui Milano Libera e dell'esperienza del blog; spiega il senso che attribuiamo alla nostra attività di disturbatori del quieto vivere.
Come scrivo nell'introduzione, il motivo che ci ha spinto ad accettare la proposta dell'editore è questo: attraverso una testimonianza di cittadinanza attiva incoraggiare i lettori a mettersi in gioco in prima persona. Per rompere gli schemi, per non subire in silenzio.
Chi vuole organizzare una presentazione, ci scriva.
1. C'è ancora qualcuno che si precipita a pensare alla fine del capitalismo non appena quest'ultimo attraversa un grave crisi (per il momento solo economica, che non è la più lacerante fra tutte le crisi sociali). Inutile obiettare che il capitalismo ha passato, e superato, crisi economiche altrettanto o ancor più gravi: quella assai prolungata del 1873-96, quella del 1907 (con varie difficoltà protrattesi in fondo fino alla ''Grande Guerra''), quella iniziata nel 1929 e che si è di fatto trascinata fino alla seconda guerra mondiale. I cocciuti credenti nella fine (o crollo) del capitalismo si pongono la domanda: perché questa volta non dovrebbe essere quella buona del tracollo dell''odiato nemico'' Domanda del tutto speculare alla sua contrapposta: perché non dovrebbe finire come tutte le altre volte, al massimo con una trasformazione più o meno profonda della formazione capitalistica?...continua
Uno, non so quanto la vittoria di Barack Obama indichi il tramonto del razzismo. Dopo quello che i repubblicani hanno fatto agli Stati Uniti - non parliamo del resto del mondo - la gente avrebbe anche votato per un marziano tutto blu.
Due, Barack Obama ha decisamente una faccia più simpatica di John McCain.
Se ce l'hanno messo, quindi, è perché gli Stati Uniti devono fare la faccia simpatica al mondo.
E questo vuol dire che gli Stati Uniti ascoltano il mondo, o almeno devono far finta, per la prima volta da quando gli inglesi incendiarono la città di Washington nel 1814.
La festa e' finita ( note sulla crisi )
(4 novembre 2008)
Tenteremo, nei limiti delle nostre possibilità, di offrire una, non esaustiva, delucidazione sull?attuale crisi finanziaria, che non tarderà a ripercuotersi nel nostro Paese...Continua
Luciano Di Gregorio RdB-CUB P.I.
fonte: rdbcub@provincia.roma.it
La «festa» militarista del 4 novembre è stata voluta ed istituita dal fascismo. E ora che gli eredi culturali del Ventennio sono arrivati al potere, quella festa vogliono rilanciare. Non solo caserme aperte, esposizione pubblica di carri armati, parate in divisa, ma anche militari nelle scuole a raccontare ai giovani l'epopea della "grande guerra". Alla festa per la vittoria si è aggiunta quella per l'unità nazionale ed anche la Giornata delle Forze Armate. Ogni anno, in ogni città, le autorità civili, militari, religiose, si ritrovano tutte unite per legittimare eserciti e guerre. Stiamo assistendo ad un arretramento culturale. Le parole perdono il loro significato. Non si dice più "carneficina di uomini", ma "intervento militare per portare la pace". La guerra ormai è entrata nelle coscienze di molti, per annullarle. Ed ora si vuole persino riscrivere la storia!
Alle iniziative militariste del ministro La Russa dobbiamo rispondere con una campagna culturale che ristabilisca la verità storica, che valorizzi il dettato costituzionale: «L'Italia ripudia la guerra».
gli insegnanti onesti:
- leggano agli studenti le strazianti poesie di Giuseppe Ungaretti scritte in trincea;
- facciano leggere il "Giornale di guerra e di prigionia" di Carlo Emilio Gadda, in cui emerge l'ottusità di ufficiali arroganti e l'insipienza criminale degli alti comandi;
- facciano leggere "Addio alle armi" di Ernest Hemingway e "Un anno sull'altopiano" di Emilio Lussu, grandi testimonianze del fanatismo di quella guerra;
- diffondano le lettere dei soldati che mandavano al diavolo la guerra e il re. Furono censurate. Perché censurarle oggi nelle cerimonie ufficiali e non farne mai la minima menzione?
- facciano vedere ai ragazzi i capolavori cinematografici "La grande guerra" di Mario Monicelli del 1959, "Uomini contro" di Francesco Rosi del 1970, e il film "Tu ne tueras pas" di Autant-Lara ("Non uccidere" nella versione italiana) che fu denunciato per vilipendio e proiettato pubblicamente nel 1961 dal sindaco di Firenze Giorgio La Pira, con un coraggioso gesto di disobbedienza civile.
Bisogna diffondere la voce di chi ha maledetto la guerra perché voleva la pace. Oramai in tutte le scuole i libri di storia hanno rivisto il tradizionale giudizio positivo sulla prima guerra mondiale e oggi prevale una netta disapprovazione di una guerra che fu una carneficina e che poteva essere evitata portando all'Italia Trento e Trieste mediante una neutralità concordata con l'Austria. Ci chiediamo per quale oscura ragione il livello di consapevolezza raggiunto dalla cultura venga demolito dalla retorica governativa. Non comprendiamo come possa essere che una guerra venga celebrata in piazza nella sua giornata vittoriosa, e quella stessa guerra sia disapprovata nei libri di scuola. Ecco perché ci dobbiamo dissociare dalle cerimonie ufficiali. Il popolo della pace - in nome della nonviolenza - deve dire ancora una volta no alla guerra. Bisogna dissociarsi in nome della pace e della Costituzione. Bisogna dissociarsi in nome di tutti quegli italiani pacifici che furono condotti a combattere e a morire perché costretti. Bisogna dissociarsi in nome di tutti i disertori che non vollero partecipare a quella che il papa Benedetto XV definì «un'inutile strage».
La realtà storica ci dice che i veri costi umani di quella guerra furono per l'Italia: 680mila 071 morti; un milione 50mila feriti di cui 675mila mutilati. Per l'Austria-Ungheria: un milione 200mila morti; tre milioni 620mila feriti. I morti di tutti i paesi coinvolti furono quasi 10 milioni. Queste le conseguenze di una folle decisione del re e del governo contro la volontà del Parlamento (450 su 508 deputati erano contrari); furono uccisi, feriti, mutilati due milioni 405mila italiani, contadini e poveri, e quattro milioni 820mila austriaci e ungheresi, per conquistare all'Italia terre che si potevano ottenere per via diplomatica, come voleva Giolitti.
Bisogna ricordare che chi non combatteva veniva fucilato dai carabinieri italiani. Il sentimento di pace degli italiani venne violentato da un militarismo spietato, che avrebbe poi aperto le porte al fascismo. Noi ricordiamo con rispetto e con pena profonda le vittime civili e militari di tutte le guerre. Piangiamo tutti i morti della prima e della seconda guerra mondiale, ed oggi delle guerre in Afghanistan, in Iraq, in Israele, in Palestina, in Cecenia, in Congo, in Tibet, siano essi civili o militari, uomini o donne, italiani o di qualsiasi altra nazionalità. Rende vero onore alle vittime soltanto chi lavora tenacemente per rendere illegittima ogni guerra ed escluderla dai mezzi della politica, per sciogliere gli eserciti ed istituire i corpi civili di pace per una polizia internazionale sotto egida dell'Onu. Non gli eserciti hanno diritto a render omaggio alle vittime (di ieri e di oggi), ma chi alle guerre si oppone; solo chi è costruttore di pace e si batte affinché mai più ci siano guerre domani, può ricordare le vittime delle guerre di ieri senza offenderle ancora. Noi pensiamo che perseverando in questa azione rigorosamente nonviolenta, anno dopo anno riusciremo a rendere sempre più partecipate le nostre iniziative di memoria, e rendere sempre più evidente l'ipocrisia e l'immoralità dei militari scandalosamente in festa innanzi alle tombe delle vittime.
La nostra posizione sulla crisi finanziaria
di John Mage Direttore di Monthly Review
Domenica pomeriggio 5 ottobre 2008: un momento di culmine della crisi globale del credito, che chi abbia meno di ottant'anni non aveva ancora potuto vedere. Verrà il momento in cui tornerà la calma e noi al Monthly Review potremo dimostrare il miglior tentativo - in termini di precisione e credibilità rispetto a chiunque altro - di persuasione degli ultimi anni (di scarso successo) e di lungimiranza (di ben maggior successo). Ma in questo momento, stiamo ricevendo impetuose richieste da parte dei nostri amici e degli abbonati affinché affrontiamo la congiuntura attuale, la combinazione di circostanze passeggere e di eventi che hanno causato gli scossoni quotidiani dell'attuale crisi.
Anche a breve distanza, il quadro si delinea con chiarezza. Già possiamo dire che quasi nessuno crede più al trionfo finale del capitalismo liberale e alla "fine della storia", o che i mercati finanziari possano auto-regolamentarsi, o che "[un] mercato finanziario aperto, competitivo e liberalizzato [possa] efficacemente allocare risorse scarse per promuovere stabilità e prosperità in modo di gran lunga superiore rispetto all'intervento governativo'' (Henry Paulson, marzo 2007), o, più in generale, che il capitalismo dominato dalla finanzia possa offrire il miglior percorso di sviluppo globale e di prosperità.
E per chi continua a credere che i padroni della finanzia abbiano creato la vera ricchezza tramite la produzione di "esotici prodotti finanziari", beh, non c'è nulla da dire che li possa convincere se i fatti non li hanno persuasi. Ma questo non è il nostro pubblico, o almeno non è il pubblico a cui ci rivolgiamo. Certo il pubblico auspicato e quello effettivo non corrispondono pienamente, lo sappiamo. Eppure, nel rispondere alle richieste di affrontare e spiegare la congiuntura economica (persino se i governanti degli Stati Uniti ci chiedessero come salvare il capitalismo, casomai noi lo sapessimo e loro ci ascoltassero), sarebbe utile per noi del Monthly Review fare una breve pausa di riflessione per considerare il pubblico a cui intendiamo rivolgerci.
Nella sezione "Informazioni" sulla nostra pagina web diciamo: "Monthly Review ha mantenuto una posizione coerente. Essa è frutto di un sincero tentativo di impostare le questioni odierne dando priorità a specifici interessi: quelli della grande maggioranza del genere umano, i proletari". Naturalmente, però, quel pubblico non può permettersi l'abbonamento che rende possibile l'esistenza di Monthly Review, né, probabilmente, l'accesso a Internet che consentirebbe loro di leggere la nostra rivista online. Quelli su cui contiamo per il sostegno finanziario, temono ora soprattutto e senza dubbio per i loro fondi pensione in pericolo, ed è logico che sia così. Eppure, qui sta la contraddizione, non è a loro che, in ultima analisi, noi vorremmo rivolgerci.
Allora, che senso ha questa crisi del sistema del credito per la stragrande maggioranza del genere umano, per i proletari? Ovviamente non ci riferiamo solo ai nullatenenti nudi e affamati, ma a quelli senza risorse finanziarie (aldilà dei risparmi che gli consentirebbero di sopravivere per pochi mesi) o con un patrimonio netto negativo, i cui debiti sono più o meno uguali, se non superiori, al valore della loro auto o bicicletta, della loro casa o baracca o appezzamento di terreno. Non abbiamo le cifre di tutto il mondo, ma persino negli Stati Uniti, il governo ammette che più di un terzo dei nuclei familiari neri e ispanici rientrano in questa categoria ed è probabile che i numeri siano sottostimati.
Guardando agli Stati Uniti, anche la situazione di quelli con piccoli patrimoni non è rosea. Per l'80% delle famiglie il reddito è rimasto fermo (con salari reali ancora ai livelli del 1970), i risparmi netti sono inesistenti, e le spese di gestione dei debiti si avvicinano al 20% del reddito annuo. I pignoramenti da parte delle banche e i casi di bancarotta sono in rapido aumento. I fondi pensione vengono sistematicamente derubati. L'assistenza sanitaria è inesistente o in progressiva diminuzione. I sindacati, con poche eccezioni, stanno scomparendo. Le scuole pubbliche sono in decadenza e sotto l'attacco di tutti. Il Paese sta combattendo una interminabile guerra che serve solo all'attuale struttura di potere. Il chiaro rifiuto da parte della maggioranza dei lavoratori degli Stati Uniti al piano di salvataggio delle banche ideato da Paulson, non è semplicemente una risposta arrabbiata, confusa e irrazionale (che altro ci si poteva aspettare, visto il tenore dell'informazione?) ma riflette almeno in parte il riconoscimento che il vero salvataggio sociale doveva essere indirizzato a quelli in basso, dove la necessità è più grande, e non alle ricche élite in alto. Nel frattempo, in Africa, India, Cina, America Latina, Indonesia, Bangladesh, c'è indubbiamente una grande maggioranza di popolazione priva delle risorse finanziarie necessarie alla sussistenza che per pochi mesi: per loro il salvataggio e la crisi finanziaria hanno la stessa discutibile rilevanza.
Per coloro che sopravvivono in condizioni precarie (sebbene a livelli diversi di gravità) - e occorre ribadire che sono la maggioranza della popolazione globale - la crisi finanziaria potrebbe effettivamente aver già avuto un qualche impatto in determinate circostanze. I tagli alla già insufficiente spesa sociale avranno ripercussioni su molte persone povere negli Stati Uniti, e sono i nostri amici e vicini di casa: dobbiamo fare tutto il possibile per aiutarli. È possibile che lavoratori mal pagati cinesi che producono per l'esportazione verso gli Stati Uniti potrebbero anche affrontare circostanze peggiori. Tuttavia, nel complesso, la conclusione è chiara: farà poca differenza se nell'immediato questa crisi produrrà qualche differenza nella vita della maggioranza delle persone in altri paesi; la loro sopravvivenza precaria dipende da rapporti sociali ed economici lontani dagli interrotti circuiti della finanza globale.
Prendendo in considerazione un periodo appena più lungo, le prospettive - che fanno supporre che alla crisi finanziaria seguirà una crisi economica a livello mondiale - potrebbero essere meno sfavorevoli. In alcuni dei paesi più prosperi, un ritorno al capitalismo razionale keynesiano significherebbe un aumento della spesa sociale con beneficio dei poveri, duramente colpiti dalle scelte "riformatrici" neoliberali, ora screditate. Ma la lezione più importante viene dall'America Latina, che tanto ha da insegnare a nostro beneficio. Nel mezzo della crisi, il paese meno colpito è, e continuerà a essere, Cuba; è già fuor di qualsiasi dubbio che il posto migliore in tutto il mondo dove poter contare sull'equità sociale, piuttosto che sui miseri risparmi individuali, il posto migliore dove essere proletari, è Cuba.
E in Cina, India, Sud Africa il percorso da compiere è oggetto di un profondo e animato dibattito e di lotta, con un esito tutt'altro che certo. La fine della egemonia intellettuale neoliberista, il discredito della "riforma" nell'interesse dei banchieri e dei ricchi, costituiscono i più sicuri segni di speranza per la grande maggioranza. Al Monthly Review, pertanto, dovremmo fare nostra la missione di conficcare un paletto nel cuore del neoliberismo mortalmente ferito. Raduniamoci per cantare le nenie dei Trevor Manuel, dei Chidambaram e dei Paulson su "laprire i mercati finanziari competitivi e liberalizzati". Ridicolizziamo spietatamente tutti gli anni di questo disonesto e incomprensibile gergo di "libertà economica" e "riforma" sputato sul pubblico dagli economisti e dai giornalisti, quali prostitute dei banchieri. Sgombriamo il terreno per un ritorno al cammino socialista, l'unica speranza per la maggior parte del genere umano: i proletari.
Sulla crisi in atto si sono spesi litri dinchiostro e tuttavia alcune affermazioni che vanno per la maggiore meritano qualche approfondimento per chiarire origini e conseguenze della crisi.
A) La crisi finanziaria non toccherà leconomia reale
In realtà, leconomia reale è già toccata dalla crisi. Negli Usa, ad esempio, le tre major di Detroit, GM, Ford e Chrysler, hanno registrato enormi crolli delle vendite e sono sullorlo della bancarotta. Le azioni della GM, che ha persino messo in vendita il suo quartier generale di Detroit, hanno raggiunto il livello più basso da cinquanta anni. In Europa, dove si sta registrando lanno peggiore dalla crisi dei primi anni 90, a settembre le vendite sono calate del 9,2%. La GM europea prevede un taglio alla produzione di 40mila automobili, mentre, tra le fortissime case produttrici tedesche, Mercedes taglierà 80mila automobili e Wolkswagen in Repubblica Ceca ha fermato la produzione per una settimana in più del previsto. In ogni caso il collasso del sistema bancario ed il conseguente aumento del costo del credito non possono non avere un impatto sulle imprese, peggiorandone la situazione. La concorrenza, accentuata dalla crisi, impone economie di scala sempre maggiori e stimola il processo di concentrazione dei capitali industriali, attraverso fusioni ed acquisizioni, che negli ultimi anni si sono moltiplicate. Per poter realizzare tali operazioni si richiedono crediti enormi, in genere forniti dalle grandi banche. Dunque, larresto o la riduzione del credito bancario aggraverebbe la crisi industriale. Questanno le imprese hanno attivato 6mila miliardi di dollari di linee di credito negoziate nel 2007. Se loperazione fosse stata negoziata ora sarebbe costata oltre l800% in più, a causa dellaumento dei tassi interbancari. E per le condizioni sempre più proibitive del credito bancario che il governo Usa ha allentato, in gran segreto, le regole sul rimpatrio dei capitali delle multinazionali custoditi nei paradisi fiscali e che la Banca centrale Usa presterà per la prima volta direttamente alle corporation, bypassando le banche. Intanto, lamministrazione Bush ha concesso allindustria dellauto 25 miliardi in crediti agevolati e lEuropa si appresta a prendere misure analoghe.
B) La crisi è di natura finanziaria
In realtà la crisi si sta manifestando come crisi finanziaria ma la sua origine è nelleconomia reale. Per capirlo andiamo a vedere lantefatto, la crisi dei subprime di un anno fa. Per anni mutui e prestiti sono stati concessi dalle banche anche a chi non aveva alcuna garanzia da dare, persino a chi non aveva neppure un lavoro. Dopodiché questi crediti sono stati impacchettati in un serie di prodotti finanziari (i famosi derivati) e venduti con guadagni sempre più alti in tutto il mercato finanziario mondiale. Tutto questo è stato possibile finché che il prezzo delle case continuava a crescere. Al momento in cui la bolla immobiliare è scoppiata, i prezzi delle case sono scesi sotto il costo dei mutui ed i mutuatari si sono dichiarati insolventi. A questo punto il sistema finanziario mondiale si è ritrovato ingolfato di una montagna di carta straccia. Dal momento che nessuno sapeva più bene in quale entità ed in quali prodotti finanziari i crediti inesigibili fossero incapsulati, le banche hanno cominciato a non avere più fiducia le une nelle altre, portando in alto i tassi a cui si prestano denaro e provocando un restringimento generale del credito. A questo si è aggiunto il fatto che i derivati dei mutui erano stati assicurati con altri prodotti finanziari, i credit default swaps. Dunque, il crollo dei derivati avrebbe trascinato anche i CDS. Così, quando le banche hanno verificato lenormità delle perdite presenti nei loro bilanci, sono cominciati i fallimenti che si sono estesi anche alle assicurazioni, come Fannie Mae, Freddie Mac e Aig, prefigurando un collasso sistemico. Perché tutto questo? Le banche sono state incoraggiate a prestare non solo dallabolizione dei paletti e delle regole che furono introdotti allepoca della Grande crisi del 29, ma soprattutto da una lunga politica della banca centrale Usa di mantenimento di un bassissimo costo del denaro. Lo scopo dichiarato era rendere possibile lindebitamento di milioni di americani, in modo da sostenere artificialmente i consumi e quindi i profitti. Il fatto è che i consumi erano già declinanti per la riduzione trentennale dei salari reali dei lavoratori americani, come conseguenza di una crisi che da decenni attanaglia ciclicamente leconomia reale. Linizio può essere individuato nel 73-75, quando si ebbe una combinazione di stagnazione ed inflazione che cominciò a mangiarsi i redditi delle famiglie Usa. Da allora la crisi si è riproposta allinizio degli anni 80, degli anni 90 ed infine nel 2001. Le imprese si sono concentrate e hanno delocalizzato alla ricerca di condizioni più convenienti dinvestimento, di conseguenza molti lavoratori sono stati licenziati e sono passati dallindustria ai servizi, dove i salari sono più bassi. Limpatto della deindustrializzazione è stato devastante: lo standard di consumi è stato mantenuto prima lavorando in due per famiglia e poi aumentando lorario di lavoro settimanale fino a 50 e persino 60 ore. Quando la contrazione produttiva, dovuta alla crisi del 2001, ha ridotto la possibilità di lavorare di più è cominciata la rincorsa agli acquisti a credito e allindebitamento. Nel 2005 negli Usa un terzo degli stipendi era utilizzato per pagare i debiti accumulati. Eppure, nello stesso periodo, negli Usa la quota dei profitti sul Pil ha raggiunto il punto più alto degli ultimi settantacinque anni. Alla base del problema cè, dunque, la compressione dei salari al di sotto degli standard di consumo ed una redistribuzione del reddito nazionale del tutto squilibrata a favore dei profitti, attraverso cui si scarica sui salari una crisi che è strutturale.
C) Il debito federale Usa non è preoccupante
Il debito federale Usa è in realtà abnorme e la sua entità è dovuta alla crisi. Il debito federale Usa, calcolato correttamente, equivale a 59 trilioni di dollari, ovvero ad oltre il 400% del Pil, una situazione da paese del quarto mondo. A questo si aggiunge un debito del commercio estero di 13 trilioni di dollari, quasi il 100% del Pil. Nel 1971 gli Usa abbandonarono la convertibilità in oro del dollaro, che era ed è la moneta di riferimento internazionale. In questo modo hanno potuto scaricare le proprie contraddizioni sul resto del mondo, pagando in dollari garantiti soltanto dalla loro egemonia che diventava sempre meno economica e sempre più politico-militare. Infatti, dalla metà degli anni 70 e soprattutto dallinizio degli anni 80 con Reagan il debito pubblico Usa ha cominciato a crescere esponenzialmente fino al boom degli anni di Bush II. Anche la crescita del debito è da collegare alla crisi. Infatti, per sostenere lindustria in difficoltà si sono aumentate le spese militari e diminuite le tasse alle imprese. Il debito è stato finanziato vendendo titoli del Tesoro allestero a Paesi che avevano bisogno di avere riserve in dollari. Oggi il 45% del debito federale è detenuto dallestero, 9 volte più di quaranta anni fa, creando così un altro squilibrio, questa volta internazionale, tra un enorme debito mondiale concentrato negli Usa e un credito concentrato in pochi paesi con forti attivi commerciali. Il meccanismo si sta però inceppando, perché si sta verificando un parziale spostamento del risparmio di paesi come la Cina dai titoli statali e non degli Usa verso altri tipi dinvestimento e altre valute, in specie leuro. Inoltre, lenorme esborso statale per salvare banche ed assicurazioni dalla bancarotta ha peggiorato il debito, creando per la prima volta un rischio default per gli Usa.
D) Ci vuole di nuovo Keynes
Può sembrare paradossale, ma la politica economica Usa degli ultimi decenni e soprattutto quella dellepoca Bush è stata una politica keynesiana. Infatti, la ricetta keynesiana contro la crisi si fonda su due elementi: riduzione del costo del denaro ed espansione del debito pubblico. Denaro a buon mercato ed iniezioni di finanziamenti statali darebbero impulso agli investimenti e questi ai profitti, rimettendo in moto leconomia. Infatti, secondo Keynes la causa della crisi starebbe nelleccesso di risparmio, mentre la crisi attuale ha al contrario la sua radice nelleccesso di liquidità. Altrettanto curiosa è la diffusa equazione keynesismo uguale più Stato nelleconomia, in quanto, secondo Keynes, qualunque intervento statale deve ben guardarsi dallinvadere settori da cui il privato può ricavare profitti. Lobiettivo di Keynes è mantenere alti i profitti e per farlo suggerisce di contenere i salari ed alzare i prezzi. La ricetta di Keynes è stata messa in pratica dai governi Usa con i risultati che abbiamo visto, producendo deficit pubblici e bolle speculative sempre più grandi senza però evitare che la crisi si riproducesse in forma sempre più grave. Questo perché, invece, la crisi affonda le sue radici in un eccesso di investimenti, in una sovrapproduzione di mezzi di produzione rispetto al saggio di profitto aspettato dagli imprenditori. Pertanto, un aumento della liquidità anziché in nuovi investimenti e nuova occupazione si traduce in speculazione finanziaria o, al limite, in ristrutturazioni e delocalizzazioni che riducono addetti e salari.
Conseguenze
La prima conseguenza sarà sul reddito dei lavoratori. In primo luogo laumento del debito statale inasprirà la pressione fiscale. Inoltre, se non ci sarà una forte azione di contrasto sindacale, continuerà la tendenza alla riduzione dei salari, incentivata dallaumento della disoccupazione. Ma, come abbiamo già visto, ciò peggiorerà le capacità di assorbimento dei prodotti da parte del mercato. Muterà poi il rapporto tra Stato ed economia, ma nel senso di appoggio più diretto al profitto e di socializzazione delle perdite. Il liberismo è finito, ammesso che sia mai esistito veramente, perché, quando limpresa lo esige, lo Stato interviene sempre, come sanno bene Bush II e il suo ministro del Tesoro, Paulson. Al proposito, si dice con ottimismo che, a differenza del 29, oggi la risposta dello Stato sia stata pronta e senza badare a spese. Si dimentica però di dire che lo Stato, specie quello Usa, è arrivato allappuntamento con la recessione già gravato da sfiancato da pesanti debiti e bisogna vedere quanto si possa andare avanti con sistemi già abusati come i deficit di bilancio e la riduzione dei tassi dinteresse. Infine, muteranno gli equilibri internazionali. Peer Steinbrück, ministro tedesco delle finanze, sintetizza così la situazione: Gli Usa hanno perso il loro status di superpotenza del sistema finanziario mondiale. Fra dieci anni vedremo il 2008 come una rottura fondamentale. Non sto dicendo che il dollaro perderà il suo status di riserva, ma che questo diverrà relativo. In effetti la Grande crisi del 29 fu risolta solo dalla seconda guerra mondiale che con le enormi spese militari rimise in moto la macchina produttiva e con le immani distruzioni ricostituì le condizioni per il boom del dopoguerra. Oggi, se le tensioni internazionali dovessero salire e se il commercio internazionale dovesse rallentare a seguito della crisi e per le tentazioni protezionistiche, allora potrebbe esserci il pericolo di una uscita militare dalla crisi. In questo senso, laumento esponenziale delle spese militari Usa negli ultimi anni e la teoria della guerra preventiva, già applicata più volte, non sono un buon segno. La soluzione potrebbe però essere diversa. Il fallimento del liberismo dimostra non solo la necessità dellintervento dello Stato in economia, ma anche lanarchia irrazionale di una economia improntata alla ricerca ed allappropriazione privata del massimo profitto. Bisogna, quindi, pensare ad un nuovo ruolo, sociale e pubblico, dello Stato. Non uno Stato subordinato alle necessità di profitto dei privati o di socializzazione delle perdite, ma uno Stato che democraticamente organizzi e pianifichi lattività economica, in modo da determinare una nuova redistribuzione del reddito ed una gestione razionale e senza sprechi delle risorse umane e della natura.