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QUELLO CHE I COMUNISTI DEVONO FARE *

Il Manifesto, martedi 24 febbraio

Di Fosco Giannini *

direttore de l'ernesto

Siamo di fronte ad un regime reazionario in costruzione e non tutti ne hanno percezione. Scriveva Dino Greco il 10 febbraio, su Liberazione: Quello che Berlusconi sta provando a determinare è lo smottamento della democrazia costituzionale. Quali esempi possono essere evocati per cogliere il senso profondo di questa caduta verticale della democrazia? La vigilia del 1925 nell'Italia dell'incombente regime fascista?L'assolutismo regio riassunto dalla celebre frase di Luigi XV , l’ètat c’est moi?

Vi è il tentativo di portare la spallata finale: ulteriori colpi alla Costituzione, dentro il progetto più ampio di provocare una crisi istituzionale volta alla fuoriuscita dagli assetti nati dalla Resistenza; attacco violento al contratto nazionale di lavoro; chiusura di fatto del Parlamento, ridotto ad uno spazio ''sordo'' volto alla decretazione d'urgenza e alla dittatura della maggioranza; leggi razziali; liceità istituzionale delle squadracce verdi fasciste, con tanto di salario statale.

Tutto ciò dentro la crisi profonda della sinistra, delle forze comuniste, del movimento sindacale, una crisi che trova le sue basi anche nel fallimento del governo Prodi e nella subordinazione delle forze d'alternativa a quelle moderate e di centro. Un fallimento, quello dell’esperienza Prodi, che i vendoliani scissionisti rimuovono, riproponendo, come se il 13 e 14 aprile 2008 non ci fossero mai stati, sia il superamento del Partito Comunista che un nuovo centrosinistra con il PD colonna portante.

E sopra tutto volteggia la cosiddetta ''crisi del capitale'', che evoca un milione di nuovi disoccupati.



Una forza immane, di segno reazionario, incombe sul movimento operaio complessivo e sulla democrazia.

Il capitale ha in mano i partiti della maggioranza, giornali, televisioni, esercito, polizia, che da Genova in poi sono sempre più fuori dalle caserme e sempre più presenti nelle strade.

E siamo di fronte ad un senso comune di massa in buona parte inquietante e reazionario.

Di fronte a tutto ciò qual è la natura e la forza dell'opposizione?

Il PD, ormai collocato nell'area liberista ( pagandone il prezzo) ha problemi seri a schierarsi anche con la CGIL; Sinistra Democratica e i vendoliani usciti si illudono ancora di giungere a redistribuzioni del reddito da conquistare senza conflitto sociale e con un compromesso buono coi padroni; la Cgil non sembra in grado di garantire quel ciclo di lotte necessario al cambiamento dei rapporti di forza sociali.

Siamo di fronte ad una titanica macchina da guerra padronale. Contro questa chi si batte? PRC e PdCI, le cui ''basi'' rappresentano, insieme, il nocciolo più duro e avanzato della resistenza sociale, contano comunque su circa 100 mila iscritti e dunque su circa 10/15 mila militanti, che dovrebbero sostenere la lotta sull’intero campo nazionale.

Oltre ciò, spezzoni: sindacalismo di base, associazioni, gruppi, movimenti, altre piccole formazioni anticapitaliste che insieme, tuttavia, non raggiungono ancora quella massa critica sufficiente ad organizzare una resistenza vera al potere del capitale.

Rispetto a tutto ciò vi è chi, contro il progetto dell'unità delle forze comuniste e anticapitaliste, pone ( nell’obiettivo non innocente di esasperare le differenze, piuttosto che cucire i punti di unità ) questioni di tipo ideologico, filosofico, politico; questioni in sè giuste, nel senso che rimandano ai problemi del processo unitario. Ma il punto è che di fronte al pericolo che viviamo chi si schiera contro questa unità ricorda i teologici di Bisanzio che nei giorni dell'assedio discettavano sul sesso degli angeli.

Vi è invece un obiettivo da cogliere: dare speranza e organizzare il popolo comunista e anticapitalista disperso nella diaspora. Centinaia di migliaia sono le comuniste/i che sono uscite/i delusi - dai due partiti comunisti maggiori; altri sono micro organizzati in un pulviscolo rosso. Di fronte a ciò, abbiamo un compito: ricostruire un intento unitario, una nuova passione che possa riaggregare la diaspora, conquistare le giovani generazioni e costruire un partito comunista all'altezza dei tempi, in grado di offrirsi come cardine dell'unità dell'intera sinistra d'alternativa.

Da questo punto di vista va salutata positivamente la scelta del PRC di una lista unitaria ( ''comunista e anticapitalista'') per le elezioni europee.

Una lista che nasca non come l'Arcobaleno e cioè in un laboratorio politicista, lontano dalle masse, dai militanti e deprivata di simboli e politiche forti; ma nel conflitto sociale condiviso dalle forze comuniste e anticapitaliste che la compongono e attraverso una grande passione popolare che tutti siamo chiamati a costruire.

Per costruire l'unità occorre che nessun soggetto, nemmeno il PRC, si ponga in modo ''padronale''.Ciò vale sia per la messa a fuoco della lista che per il simbolo. E vanno apprezzate due parole chiave che segnano il documento della Direzione del PRC: si dice infatti che Rifondazione promuove la lista unitaria ( non che la costruisce da sé) e che il simbolo (che dovrà essere quello della falce e il martello, senza il quale l'Arcobaleno si era suicidato) sarà determinato a partire da quello del PRC; cosa che, inequivocabilmente, vuol dire che alla fine sarà un simbolo diverso da quello di Rifondazione, che potrà rappresentare tutti i soggetti della lista unitaria.

Da tempo poniamo il problema dell'unità dei comunisti. Sappiamo che tale unità non si costruisce in un passaggio elettorale, ma nel conflitto sociale condiviso e nella ricerca politica e teorica aperta, che parta da un’autocritica profonda dei due partiti comunisti maggiori '' PRC e PdCI '' e che punti a ricostruire un partito comunista all'altezza delle nuove '' e spesso ancora sconosciute'' contraddizioni capitalistiche. Tuttavia la lista unitaria, che deve unire le comuniste/i già ora nel conflitto sociale, nella campagna elettorale e in un progetto anti Maastricht (dunque anticapitalista e antimperialista) ha le potenzialità per avviare un iniziale percorso unitario dal carattere strategico.

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mar, 24 feb
ITALIANO INVESTE E UCCIDE OPERAIO ROMENO

Italiano drogato e ubriaco al volante travolge e uccide operaio romeno.

L'operaio Romeno aveva 31 anni e' dopo essere sopravissuto ad una settimana di lavorosi sentiva al sicuro.

L'investitore è un italiano di 24 anni residente a Castelnuovo di Porto.
L'investitore dopo l'urto ha continuato la marcia fino alla propria abitazione.

Avuto notizia che si trattava solo di un operaio romeno, si è recato dai carabinieri per raccontare l'episodio. Con loro è ritornato sul punto dell'incidente e a margine della carreggiata è stato trovato il cadavere dell'operaio romeno.

Il conducente del veicolo è stato sottoposto al test dell'etilometro, al quale è risultato positivo con tassi di alcol nel sangue superiori a 1,5 grammi per litro e successivamente è risultato positivo anche ai test per cocaina e cannabis.

Qualcuno pensa che l'Italiano e' stato arrestato?

Qualcuno pensa che le baldracche del giornalismo abbiano scritto articoli indignati contro gli italiani ubriachi e drogati che ammazzano gli operai? No

Si trattava solo di un operaio

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lun, 23 feb

FIAT: LICENZIAMENTI PER GLI OPERAI E MILIARDI A MARCHIONNE

Il consiglio di amministrazione di Fiat mentre prepara i licenziamenti per gli operai ha varato un nuovo piano di incentivazione dei manager.

Lo si è appreso da una nota secondo la quale l'amministratore delegato Sergio Marchionne potrà ricevere diritti che gli consentiranno di ottenere fino a 2 milioni di azioni Fiat, su un totale di 8 milioni disponibili per l'operazione.

Il piano - spiega la nota del Lingotto - «tiene conto dell'attuale situazione dell'economia reale e dei mercati finanziari e della scarsa attrattività dei piani in essere» e dunque «sarà basato su parametri di misurazione delle performance coerenti
con la nuova situazione di mercato», con l'obiettivo di «assicurare il coinvolgimento e la retention (motivazione, ndr) delle persone chiave per la crescita del gruppo,allineandone gli interessi a quelli degli azionisti».

FIAT: operai licenziati e Marchionne ricoperto d'oro

Questa e' la politica di quei bastardi dei padroni

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dom, 22 feb
FRANCESCHINI: L\'EX DC

Franceschini è il primo ex democristiano a guidare il principale partito del centrosinistra italiano dove sono confluiti gli eredi del vecchio Pci.

Franceschini si è avvicinato allo scudo crociato già ai tempi del liceo

Quando la Dc si scioglie, dopo la bufera di Tangentopoli, aderisce al Ppi, ma la scelta del segretario Mino Martinazzoli, alle elezioni del 1994, di correre fuori dagli schieramenti, non lo convince: Franceschini avrebbe voluto stringere subito
un'alleanza con il Pds di Achille Occhetto, sicché lascia i popolari e approda ai cristiano sociali, il partito dei cattolici di sinistra.

La sua ascesa comincia dal 2001, quando viene eletto alla Camera e diventa sottosegretario alla presidenza del Consiglio del governo D'Alema. Nella Margherita, il partito nato dall'incontro dei popolari con Rutelli, scala i vertici arrivando
all'incarico di coordinatore. Da lì compie il balzo verso la presidenza del gruppo parlamentare dell'Ulivo alla Camera. Al momento della fondazione del Pd, è lui il candidato naturale per fare da numero due a Veltroni, con il quale compone il ticket che sfida Berlusconi alle politiche del 2008.

Un intrallazzone dei partiti politici borghesi: questo il nuovo segretario del Partito del fallimento

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Camera dei deputati (18/02/09)-Si parla della sentenza Mills

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Lezione di giornalismo

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La guerra globale per l'energia: un nuovo Kissinger a Washington
L'incarico del Generale dei Marine USA James Jones

Sommerso dagli squilli di fanfare nazionali ed internazionali che hanno accompagnato l'assunzione dei pieni poteri da parte del 44.esimo Presidente degli Stati Uniti, è passato inosservato l'incarico assegnato alla persona designata a diventare il prossimo più importante architetto ed esecutore della politica estera Statunitense, il Generale a riposo dei Marine USA James Jones.
Con una quasi identica fraseologia, che non può essere costruita né casualmente e nemmeno senza fondamento, il Washington Post del 22 novembre 2008 riferiva sull?allora imminente scelta di Jones come Consigliere per la Sicurezza Nazionale USA in questi termini:
''Fonti ben informate sulle decisioni importanti hanno riferito che Osama sta considerando di allargare il raggio di azione dell'incarico al consigliere, in modo da conferirgli l'autorità della stessa natura esercitata da potenti personalità, come, ad esempio, Henry A. Kissinger.''.....
continua

by Rick Rozoff

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mer, 18 feb
LA MERDA DELLE BORSE PER LA CITTA\'

Mentre a San remo i borghesi mandano in onda il festival della musica. Le campane del capitalismo suonano a morte.

Obama non ha fatto il miracolo.

Gli indici di Wall Street hanno chiuso la giornata con perdite molto pesanti. Alla fine delle contrattazioni a Wall Street, il Dow Jones ha perso 297,96 punti (-3,59%), a 7.552,88 punti, mentre il Nasdaq ha ceduto 63,7 punti (-3,88%) a 1.470
punti. In calo anche lo S&P 500, che scende di 37,66 punti (4,4%), a 789,17 punti..

La promessa di 900 miliardi di dollari non e' servita a niente.

Se la borsa americana piange quelle europee singhiozzano.

Tutte le principali Borse europee hanno chiuso in pesante calo sulla scia dei forti ribassi di Wall Street. Milano è stata alla fine tra le peggiori piazze del Vecchio Continente con il Mibtel che cede il 3,36% e l'S&PMib in rosso di 3,93 punti percentuali. Pesante anche Parigi (-2,94%), Francoforte (-3,44%) e Londra (-2,87%).Complessivamente l'Europa ha bruciato oltre 112 miliardi di euro di capitalizzazione a fine giornata.

Vendute a piene mani le azioni delle banche: UniCredit - 7,35%, IntesaSanPaolo - 7,60%Ubi Banca - 6,91%

Anche Detroit appare in seria difficoltà. Wall Street teme che Gm e Chrysler, che oggi devono presentare i loro piani di ristrutturazione, non siano in grado di ripagare i prestiti ricevuti dal governo e di riportare agli utili le loro attività.

il celebre economista che aveva detto: le banche italiane sono solide

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mer, 18 feb
IL CORRUTTORE

L'avvocato inglese David Mills è stato condannato a quattro anni e sei mesi per
corruzione in atti giudiziari dai giudici del Tribunale di Milano. I giudici lo hanno
riconosciuto colpevole ritenendo valido l'impianto dell'accusa secondo cui Mills fu
corrotto «con almeno 600mila dollari» da Silvio Berlusconi per testimoniare il falso
in due processi al fondatore della Fininvest.

Il corrotto condannato. Il corruttore Berlusconi salvo grazie al lodo Alfano.

La vicenda che ha visto la condanna a quattro anni e sei mesi per l'avvocato inglese
David Mills riguarda il pagamento di 600mila dollari a Mills, che secondo l'accusa
sono stati versati, attraverso il manager Fininvest Carlo Bernasconi, da parte di
Silvio Berlusconi perchè il legale fosse testimone reticente nei processi per i casi
Guardia di Finanza e All Iberian.
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...Chi semina raccoglie!

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mar, 17 feb
CAPPELLACCI

In Sardegna un dato e' sicuro hanno votato meno del 60% e i voti validi saranno meno del 50%. Irrompe un inedito "partito", quello dell schede nulle che diventano la terza forza della Sardegna: sono quasi 15.000, a cui si aggiungono le schede
annullate volontariamente dall'elettore (circa 3300) e quelle bianche (più di 5000). Il vero primo partito della Sardegna.

I borghesi di destra del Pdl vincono con Cappellacci sui borghesi di sinistra
dell'immobiliarista Veltroni.

Il PD di Veltroni affonda, avanza IdV da 0,99 al 5%

Veltroni ha chiesto una corda, pare che voglia impiccarsi

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mar, 17 feb
GLI AVVERTIMENTI DI MONTEZEMOLO

La crisi che stiamo vivendo "è la peggiore dal dopoguerra e tra due mesi sarà anche peggio". È l?allarme lanciato dal presidente della Luiss e di Fiat, Luca Cordero di Montezemolo, secondo il quale "neanche negli anni ?50 tante persone
rischiavamo di perdere il posto di lavoro".

Operai il padrone ci avverte licenziera'.

Ma voi tranquilli come sempre guardatevi SanRemo,Il grande fratello, l'isola dei famosi il campionato di calcio, la fattoria,Fede,Vespa,e compagnia bella.........

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Referendum in Venezuela: il 'Sì' vince col 54%Partecipazione al 67%

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Sciopero : la parola ai lavoratori

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INNSE cariche polizia: intervista ad operaio

Tremorti è in giro per l'Europa a parlare di Nuovo Ordine Mondiale. Lo psiconano inizia a nutrire qualche preoccupazione per l'economia. La Marcegaglia degli inceneritori annuncia un rischio povertà. L'Italia produce sempre meno, - 0,9% il PIL
nel 2008. L'Italia si indebita sempre di più, il debito pubblico è di quasi 1.700 miliardi di euro. Dall'inizio dell'anno centinaia di migliaia di precari hanno perso il lavoro in silenzio. Tecnicamente non erano dipendenti, ma lavoratori a progetto. Terminato il finto lavoro a progetto, in realtà un vero lavoro continuativo, tutti a casa senza nessun paracadute sociale grazie alla legge Maroni intestata a Biagi. Il precario del 2007 è diventato il non licenziato del 2009. Nè vivo, nè morto, uno zombie sociale. Le fabbriche chiudono senza sosta nell'indifferenza dell'informazione. Dei
manifestanti non si occupa la solidarietà pubblica. Il manganello della Polizia arriva invece implacabile sul cranio del cassintegrato, del disoccupato, del padre di famiglia che alza la voce. Gli stabilimenti Fiat di Pomigliano D'Arco hanno funzionato solo per poche settimane dall'agosto 2008, sono a rischio chiusura. La protesta è finita a mazziate la scorsa settimana sull'autostrada. Non è l'unica, sono decine, note però solo ai mazziati e ai mazzolatori. I lavoratori dell?INNSE, fabbrica chiusa dopo decenni, sono stati caricati il 9 febbraio a Milano. Un militare per ogni bella ragazza e un celerino per ogni operaio disoccupato.

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dom, 15 feb
GLI OPERAI ALLA FAME

Gli operai alla fame e alle puttane della televisione compensi da milioni dieuro.

Paolo Bonolis
, conduttore del prossimo Festival di Sanremo, avrà un ingaggio da un milione di euro (lorde). questo misero milioncino va ad aggiungersi agli otto che Bonolis ha ricevuto da Mediaset negli ultimi tre anni.
Roberto Benigni, per l'ospitata a SanRemo, il marchettaro di sinistra riceverà 350mila euro, niente in confronto ai 6 milioni incassati per le letture della "Divina Commedia", un esoso capolavoro della televisione pubblica.
Fabio Fazio alla Rai ha strappato un contratto di tre anni per due milione di euro annue. Totale? Sei milioni lordi. Il tutto per condurre al sabato e alla domenica "Che tempo che fa",
Simona Ventura, donna d'acciaio della Rai, ha uno stipendio di circa 1milione e800mila euro annui ai quali si aggiungono i proventi delle televendite, ovviamente remunerative al massimo e altrettanto top secret.
Antonella Clerici, "tortellino biondo" di Raidue, sbarca il lunario con un milione e mezzo all'anno.
Milly Carlucci, una delle tre sorelle più popolari d'Italia, nonché una delle due rimasta protagonista degli schermi, un'altra si è data alla politica, porta a casa un milione e 200mila euro per condurre i sabato sera danzanti della Rai.
Bruno Vespa. Il suo "Porta a Porta", che imperversa sugli schermi TV da tempo oramai immemorabile dal lunedì al giovedì, consente al giornalista di racimolare un milione e 187mila euro all'anno.

I padroni le loro puttane li pagano bene

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Il Sen. D'Alia vuole censurare internet
IL MERDA WALL DI D'ALIA CONTRO INTERNET

Il Senatore Gianpiero D'Alia, con il suo emendamento all'articolo 50 del ddl n.773 (pacchetto sicurezza), già approvato dal senato, con una scusa sacrosanta (bloccare chi inneggia alla mafia, al terrorismo e alla violenza) si prepara a mettere il bavaglio alla rete.

Andrebbe ricordato che il reato di apologia e di istigazione a delinquere è già previsto e punito dal codice penale, quindi chiunque ne venga accusato, viene processato, e se colpevole, condannato.
Ovvio che il fine non è quello, ma di limitare la libertà di espressione e di opinione in rete.


In pratica, sempre se questo emendamento non verrà ritirato, e quindi approvato definitivamente dalla Camera dei Deputati, se su un blog, social media, ad esempio Youtube o Facebook, ci sono commenti, articoli che commettono apologia di reato e istigazione a delinquere, esempio invitare ad non osservare una legge considerata sbagliata, e non vengono rimossi entro 24 ore, il provider è obbligato dalla legge a oscurarli, pena una sanzione da 50 mila a 250 mila euro:

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QUEL DOCUMENTO "NASCOSTO" CHE FA TREMARE LE BANCHE EUROPEE

Un documento segreto di 17 pagine in cui, senza tanti giri di parole, stava scritto che le banche europee sono sedute sopra una montagna di assets tossici quantificabile in oltre 18 trilioni di euro.

È questa l'unica, vera grande novità emersa dal vertice Ecofin di martedì e di cui nessuno ha parlato. Nel dossier, inoltre, si dice chiaramente che se gli Stati tenteranno l'ennesimo salvataggio ricomprando quei titoli spazzatura per ripulire i bilanci, i rischi di default sul debito saranno enormi e potranno gettare l'Unione Europea in uno stato di crisi ancora più profondo di quello attuale. Nel mirino per i rischi di rifinanziamento del debito in caso di un secondo intervento di salvataggio delle banche sono Spagna, Italia, Grecia, Portogallo, Irlanda e Gran Bretagna.



«È essenziale - recita il documento - che il supporto offerto dai governi per garantire sollievo ai bilanci delle banche non sia di scala tale da far crescere preoccupazioni riguardo l'iper-indebitamento o problemi finanziari». Quindi, in entrambe le ipotesi i guai seri sembrano affacciarsi solo ora per l'Europa: se gli Stati staranno attenti al debito come richiesto dall'Ue, le banche presenteranno altri pesanti perdite e svalutazioni. Se invece si farà leva sul debito, il rischio di default statale non sarà più solo una remota ipotesi tecnica. La Commissione Europea ha infatti valutato che gli assets a rischio pesano per il 44% dei bilanci delle banche europee. I cosiddetti strumenti finanziari pesano nei ''trading book'' delle banche per qualcosa come 13,7 trilioni di euro, l'equivalente del 33% dei bilanci degli istituti di credito dell'Ue.

Oltre a questo ci sono 4,5 trilioni di euro di cosiddetti ''available for sale instruments'', pari all'11% dei bilanci delle banche Ue: in totale 18,2 trilioni di assets da eliminare. Inoltre, tutto ciò che finisce nel ''trading book'' è soggetto alla valutazione mark-to-market, cioè al valore di mercato mentre ciò che va nel ''banking book'' sono per lo più prestiti o altri assets che le banche pensano di poter portare a maturazione: peccato che tra gli strumenti soggetti al mark-to-market ci siano anche gli ''available for sale instruments'', strumenti finanziari poco fa quantificati in 4,5 trilioni di euro.

Il summit Ue di fine febbraio aveva tra le priorità proprio l'indicazione di una modalità condivisa per l'eliminazione degli assets tossici attraverso il loro acquisto da parte degli Stati ma a questo punto il timore si è trasferito sul continuo allargamento dello spread dei titoli di Stato emessi dalle varie nazioni: l'Europa, insomma, si sta sgretolando sotto il peso degli interessi sempre maggiori chiesti per il cosiddetto ''rischio paese'' e per il debito pubblico ormai fuori controllo di troppi membri. All'Ecofin ne hanno discusso, ma nessuno si è sentito in dovere di dircelo.

Mauro Bottarelli
Fonte: www.ilsussidiario.net

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TU CHIAMALI SE VUOI, LICENZIAMENTI

Il ''Corriere della Sera'' la chiama una svolta ''verde''. ''La Stampa'', idem. Mentre ''La Repubblica'', invece, preferisce metterla giù in altri termini: ''Pirelli ristruttura e taglia il dividendo''. Ma in un italiano, diciamo così, più spicciolo, si potrebbe banalmente dire che il gruppo Pirelli - famoso per i suoi pneumatici e per la faccia perennamente imbronciata del suo numero uno (al secolo, Marco Tronchetti Provera) - ha chiuso un pessimo 2008. Con un discreto mucchietto di debiti sulle spalle (oltre un miliardo di euro). E conti in affanno. Risultato: per il prossimo anno - come ha spiegato ieri il suo imbronciatissimo presidente - si punterà, sì, su nuove gomme ecologiche. Ma soprattutto su una valanga di licenziamenti.

Continua...

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13/02/09

ODG : lista per le prossime elezioni europee
Intervento del compagno Fosco Giannini

Siamo di fronte ad un regime reazionario in costruzione e non tutti, credo, ne hanno l’esatta percezione.

Quando Ludovico Geymonat affrontava la questione del principio di realtà rimarcava il fatto che gli esseri umani soffrono di un’ autoprotettiva e insieme nefasta pulsione biologica all’astrazione, al rifiuto delle realtà dolorose, ed è per questo che cercano più Dio che la liberazione di se stessi dalle schiavitù e dalle oppressioni.

Oggi, questa pulsione all’astrazione, questa mancanza del principio di realtà induce molti a rimuovere i pericoli antidemocratici presenti e di conseguenza a sottovalutare l’esigenza dell’unità delle forze politiche e sociali più avanzate ( innanzitutto quelle comuniste ) come primo ed essenziale passo per l’unità sul campo delle forze della sinistra d’alternativa.

Il pericolo del crollo della democrazia è bene espresso nell’editoriale del compagno Dino Greco di martedi 10 febbraio:

“ Quello che Berlusconi ha provato ( sta provando) a determinare, con una formidabile accelerazione, è lo smottamento della democrazia costituzionale… Quali esempi, fra quelli che la storia ci ha consegnato, possono essere evocati per cogliere il senso profondo di questa caduta verticale della democrazia? La vigilia del 1925 nell’Italia dell’incombente regime fascista? Oppure l’assolutismo regio riassunto dalla celebre frase di Luigi XV : L’ètat c’est moi”.

Noi siamo di fronte, in verità, al tentativo, da parte delle destre, di portare la spallata antidemocratica finale; al disegno di Berlusconi di portare al potere non una classe – la borghesia – ma la sua ala più liberista, mercantile, razzista, reazionaria, antioperaia e anticomunista.

La lunga filiera dell’attacco è sotto gli occhi di tutti: il desiderio di portare il colpo mortale alla Costituzione, dentro il progetto ancor più ampio di provocare una crisi istituzionale volta alla fuoriuscita degli assetti istituzionali e democratici nati dalla Resistenza e la costruzione di un regime autoritario e parafascista; l’attacco violento al contratto nazionale di lavoro; la chiusura di fatto del Parlamento, ridotto ad uno spazio “sordo” volto solo alla decretazione d’urgenza e dunque alla dittatura della maggioranza; l’instaurazione delle leggi razziali; la ratifica della liceità istituzionale delle squadracce verdi – fasciste, con tanto di salario statale ( squadracce per certi versi peggiori di quelle mussoliniane, poiché queste erano pagate dalla borghesia italiana e francese, quelle di Berlusconi e Bossi pagate dallo Stato, cioè – guardate il paradosso! – direttamente dai lavoratori!).

Tutto ciò dentro la crisi profonda della sinistra, delle forze comuniste, del movimento sindacale, una crisi che trova le sue basi materiali – o il suo triste epilogo- anche nel fallimento del governo Prodi e nella subordinazione di quelle forze al governo di centro sinistra. Un fallimento, quello dell’esperienza Prodi, che i “vendoliani” scissionisti rimuovono, riproponendo di fatto, come se nulla fosse accaduto, sia il superamento del Partito Comunista che un nuovo centro sinistra con il PD quale colonna portante!

E sopra di tutto – inquietante – è la cosiddetta “crisi del capitale”, che “promette” un milione di nuovi disoccupati.

Una forza immane, di segno reazionario incombe sul movimento operaio complessivo ( operai, stipendiati, precari, immigrati) e sulla democrazia.

Il grande capitale ha in mano i partiti della maggioranza, i giornali, le televisioni, ha in mano esercito e polizia, che da Genova in poi sono sempre più fuori dalle caserme e sempre più presenti nelle strade.

E siamo di fronte ad un senso comune di massa in buona parte inquietante e reazionario.

Di fronte a tutto ciò qual è la natura e la forza dell’opposizione?

Il PD è ormai collocato stabilmente nell’area liberista e ha problemi seri a schierarsi anche con la CGIL, anche con lo sciopero de 13 febbraio; la Sinistra Democratica e i “vendoliani” usciti si cullano ancora nell’illusione di poter giungere a forme di redistribuzioni del reddito facili, da conquistare senza conflitto sociale e ottenibili con il consenso dei padroni, magari affidandosi – come hanno chiaramente sostenuto Rina Gagliardi e Alfonso Gianni - alla guida di Massimo D’Alema; i movimenti sono in grande difficoltà; la Cgil, senza un punto di riferimento politico di classe, non sembra in grado di garantire quel ciclo di lotte necessario al cambiamento dei rapporti di forza sociali, sollevando con ciò, peraltro e oggettivamente, il giusto ed insieme arduo problema della ricostruzione, nel nostro Paese, di un sindacato di classe e di massa.

Siamo di fronte ad una titanica macchina da guerra padronale. Contro questa che cosa c’è? Chi si batte? Vediamo le due maggiori forze comuniste: il PRC conta su circa 70 mila iscritti, il PdCI su circa 30 mila. Insieme 100 mila iscritti. Ma il rapporto tradizionale (che segnava la prassi del PCI e che la prassi dei due partiti comunisti odierni conferma) tra iscritti e militanti era ed è del 10%. Ciò vuol dire che, nel maggior campo comunista, a battersi contro il grande ed esteso potere padronale, vi sono circa 10 mila militanti, lungo tutto il Paese, dalla Lombardia alla Sardegna.

Oltre ciò, naturalmente, altri spezzoni: del sindacalismo di base, delle associazioni, dei gruppi, dei movimenti, di altre piccole formazioni comuniste, che insieme, tuttavia, non raggiungono nemmeno lontanamente quella massa critica sufficiente ad organizzare una resistenza vera all’ormai spropositato e pericoloso potere complessivo del capitale.

Rispetto a tutto ciò vi è chi, contro il progetto dell’unità delle forze comuniste e anticapitaliste, pone ( spaccando il capello in sedici ) questioni di tipo ideologico, filosofico, politico, culturale; questioni in sè giuste, nel senso che rimandano ai problemi che si presenteranno nel processo unitario. Ma le cose in sé non esistono, le pere non stanno su da sole, senza il ramo ed il tronco dell’albero a sostenerle, come diceva chi rispondeva al Kant idealista delle cose in sè

Il punto è che , allo stato dei fatti, di fronte al pericolo sociale che viviamo e di fronte alle nostre, persino drammatiche debolezze, chi spacca il capello in sedici rispetto all’unità delle forze comuniste ricorda in verità i teologici di Bisanzio, nella fase in cui la città era assediata ed essi, chiusi nelle torri d’avorio, discettavano – tragicamente e comicamente - sul sesso degli angeli.

Vi è invece un obiettivo da cogliere: tornare a dare speranza e tornare ad organizzare un intero – seppur non più grande come un tempo – popolo comunista e anticapitalista. Centinaia di migliaia sono le comuniste e i comunisti che sono dispersi, fuori dai due partiti, nella diaspora rossa che si è costituita dalla soppressione del PCI e dalle delusioni prodotte dal PRC e dal PdCI. E tutti, di fronte a ciò, abbiamo un compito: quello di ricostruire un intento unitario, una nuova passione comunista che possa riaggregare la diaspora e conquistare le giovani generazioni.

Al contrario dei “teologi di Bisanzio”, credo che abbiamo bisogno come il pane di costruire un fronte unitario delle forze comuniste e anticapitaliste, non solo per l’obiettivo prioritario di sorreggere il conflitto di classe, ma anche per quello di offrire un cardine all’unità della sinistra d’alternativa ( che è una cosa ben diversa dalle precipitazioni organizzativistiche di Bertinotti e Vendola, volte a costruire un “partito di Sinistra”), una sinistra d’alternativa che senza un più forte partito comunista stenta ad auto organizzarsi e muoversi su di un terreno sociale e politico avanzato.

Da questo punto di vista sono d’accordo con la proposta di lista unitaria per le elezioni europee avanzata dalla segreteria nazionale.

Una lista unitaria che nasca non come l’Arcobaleno e cioè in un laboratorio politico ( politicista) asettico, lontano dalle masse , dai militanti e deprivata di simboli e politiche forti; ma nel conflitto sociale condiviso dalle forze comuniste e anticapitaliste che la compongono e attraverso una grande passione popolare che tutti siamo chiamati a costruire.

Per costruire una unità vera, larga, occorre che nessun soggetto, nemmeno Rifondazione Comunista, si ponga in modo “padronale” e arrogante.

Ciò vale sia per la messa a fuoco della lista che per il simbolo. Da questo punto di vista apprezzo che nel documento che stiamo per votare vi siano parole chiare e “aperte” : si dice infatti che Rifondazione Comunista promuove la lista unitaria ( e non che , ad esempio, la costruisce da sé e poi la sottopone agli altri) evocando chiaramente, con questo, che la lista sarà costruita collettivamente, dai soggetti che la comporranno; e che, per ciò che riguarda il simbolo elettorale ( che dovrà comunque essere il simbolo forte della falce e il martello, che l’Arcobaleno aveva cancellato) esso sarà determinato a partire da quello del PRC , cosa che, inequivocabilmente, vuol dire che sarà, alla fine, un simbolo diverso da quello di Rifondazione, un simbolo che potrà rappresentare, senza produrre diminuizioni e mortificazioni, tutti i soggetti politici e sociali della lista unitaria.

Credo, da questo punto di vista, che dobbiamo cogliere i suggerimenti e le richieste che vengono dal compagno Giovanni Russo Spena ( che chiede una lista aperta; una lista, dunque, che non potrà certo essere “compressa” sotto il simbolo del PRC) e dai compagni Walter De Cesaris e Franco Russo, che in un articolo di ieri ( martedi 10 febbraio) su “Liberazione”, scrivono giustamente: “ Mettiamo a disposizione il nostro simbolo con possibili variazioni…”.

Unità delle forze comuniste e anticapitaliste, con presenza nelle liste di intellettuali, quadri operai e rappresentanti dei movimenti di lotta; una unità che nasca dal conflitto sociale , dalla passione popolare che dobbiamo costruirle attorno, da un programma avanzato e anti –Maastricht e da un simbolo comunista “unitario”, forte e condiviso : questa, sono certo, è la strada da seguire,

Per ultimo vorrei rispondere al compagno Ramon Mantovani, che ha affermato che, rispetto a questa lista unitaria che andiamo licenziando, “ si dovrà dire ovunque che non è la lista dell’unità dei comunisti”.

Caro Ramon: excusatio non petita accusatio manifesta. Se tu vai a dire a tutti, segnalando la tua paura, che questa non è la lista dell’unità dei comunisti è come se dicessi che lo è. E’chiaro. Io credo che noi non dobbiamo dire né che questa è la lista dell’unità dei comunisti né con non lo è. Dobbiamo invece, attorno a questa lista, creare la più grande passione popolare possibile. Non dimenticando, tuttavia, che sarà innanzitutto il voto e l’impegno unitario delle comuniste e dei comunisti - del PRC, del PdCI e fuori dei due partiti – a farci vincere.

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La conquista dell'Africa decolla da Vicenza

di Manlio Dinucci 06/02/2009

Il giorno prima dell'occupazione dell'aeroporto Dal Molin per impedire la costruzione della nuova base Usa, è giunta a Vicenza da Washington la vice-segretaria della Difesa per gli affari africani, Theresa Whelan, per confermare che Vicenza avrà un ruolo sempre più importante nella strategia statunitense. Lo scorso dicembre, infatti, la Forza tattica nel Sud Europa (Setaf) è stata trasformata nello U.S. Army Africa (Esercito Usa per l'Africa), componente del Comando Africa (AfriCom) divenuto operativo in ottobre. In un seminario svoltosi alla Caserma Ederle, ora quartier generale Setaf/U.S. Army Africa, la Whelan ha sottolineato che tale trasformazione costituisce «un nuovo modo di guardare all'Africa».

La Whelan e il gen. William Garrett, comandante dello U.S. Army Africa, hanno spiegato che il nuovo comando si concentra sull'addestramento di militari africani, fornendo anche «la guida su come gestire le loro forze». In questo è affiancato dal Centro di eccellenza per le Stability Police Units (CoESPU), istituito dai Carabinieri a Vicenza per addestrare forze di «peacekeeping» in gran parte africane: la Wheelan vi si è recata in visita, intrattenendosi in particolare col vice-direttore del Centro, il colonnello Charles Bradley dello U.S. Army. Il quartier generale di Vicenza opererà nel continente africano con «piccoli gruppi» (complessivamente, all'inizio, 600 uomini), ma sarà pronto, se necessario, a condurre operazioni di «risposta alle crisi», servendosi della 173esima brigata aviotrasportata, di stanza a Vicenza. I «piccoli gruppi», comprendenti anche unità della Guardia nazionale e della Riserva, attueranno in Africa «programmi di cooperazione», aiutando a «promuovere la stabilità regionale e le relazioni tra civili e militari». Nei prossimi anni, ha sottolineato il gen. Garrett, «lo U.S. Army Africa continuerà a crescere». Crescerà di pari passo il ruolo del comando delle forze navali AfriCom, situato a Napoli. Si tratta di un «impegno prolungato», frutto del «riconoscimento americano della crescente importanza strategica dell'Africa».

A riconoscere tale importanza non sono però solo gli Usa. Lo dimostra l'affollamento di navi da guerra lungo le coste del Corno d'Africa, con la motivazione della lotta contro i pirati somali. In quest'area strategica - comprendente il Golfo di Aden all'imboccatura del Mar Rosso (dove, a Gibuti, è stazionata una task force statunitense) - incrociano la Combined Task Force 151, una forza navale Usa cui partecipano unità di 20 paesi alleati; lo Standing Nato Maritime Group 2, un gruppo navale Nato, e la EuNavFor Atalanta, una squadra dell'Unione europea. Ma sono presenti anche navi da guerra cinesi e russe, cui si aggiungeranno quelle giapponesi. E lo scorso dicembre il Consiglio di sicurezza dell'Onu ha votato all'unanimità una risoluzione, presentata dagli Usa, che autorizza a «inseguire i pirati all'interno della Somalia». Qui, dopo il ritiro delle truppe etiopi (inviate nel 2006 in una operazione a regia Usa), i movimenti islamici hanno ripreso il controllo del territorio.

In questa e altre zone - soprattutto l'Africa occidentale, ricca di petrolio e altre materie prime strategiche - l'AfriCom fa leva sulle élite militari per portare il maggior numero di paesi africani nella sfera d'influenza statunitense. Compito non facile, sia per la crescente resistenza delle popolazioni (in particolare nel delta del Niger), sia per la crescente concorrenza cinese. La Cina è il secondo partner commerciale dell'Africa, dopo gli Stati uniti, ma i suoi investimenti sono in forte crescita anche nei paesi più legati agli Usa. In Etiopia, lo scorso gennaio, la China Exim Bank ha investito 170 milioni di dollari per la costruzione di un complesso residenziale di lusso ad Addis Abeba, e un'altra società cinese, la Setco, ha annunciato la costruzione della più grande fabbrica di pvc del paese. In Liberia, la China Union Investment Company ha investito 2,6 miliardi di dollari nelle miniere di ferro. Società cinesi hanno effettuato grossi investimenti (2 miliardi di dollari per paese) anche nei settori petroliferi di Nigeria e Angola, finora dominati dalle compagnie occidentali. Ma la concorrenza cinese agli Usa non si limita al piano economico. Pechino sostiene governi, come quelli dello Zimbabwe e del Sudan, invisi a Washington, ai quali fornisce anche armi.

È una tacita, ma per questo non meno reale sfida agli interessi statunitensi e occidentali in Africa, la cui «crescente importanza strategica» è chiara non solo a Washington ma anche a Pechino. Da qui il «nuovo modo di guardare all'Africa», cui l'Italia si accoda, che in realtà è solo un modo nuovo di realizzare la vecchia politica coloniale.

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Attilio Manca
Oggi, 11 febbraio, quinto anniversario della morte

L'urologo trentaquattrenne Attilio Manca non compare nell'elenco delle vittime di mafia. Ma troppi dettagli non quadrano nella ricostruzione della sua morte. Ai molti indizi deliberatamente trascurati dagli inquirenti, alle verifiche negate, si sovvrappone l'ombra di Bernardo Provenzano, che potrebbe essere stato assistito da Attilio nell'iter di quella famosa operazione alla prostata eseguita in Francia. Ma il caso viene archiviato in fretta. Il dottor Attilio Manca, brillante e stimato professionista siciliano ritrovato cadavere a Viterbo il 12 febbraio 2004, sarebbe morto per overdose di farmaci e stupefacenti, per un arresto cardiaco. Si drogava, non è stato ucciso, non è una vittima di mafia: questa è la versione ufficiale, che non sarà facile rimettere in discussione in assenza di nuove testimonianze.
A cinque anni dalla morte del dott. Attilio Manca vi invitiamo a conoscerne la vicenda. I fatti inducono a sospettare di essere di fronte all'ennesima storia di giustizia negata. La madre e il fratello sono convinti che Attilio sia stato ucciso, per ridurlo al silenzio. E si battono per far emergere la verità.

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mer, 11 feb
LA PROTESTA DEGLI OPERAI INDESIT

Per tutto il giorno, i lavoratori della Indesit hanno manifestato nelle vie del centro di Torino e il corteo ha raggiunto piazza Castello. I lavoratori dello stabilimento di None, dove si producono lavastoviglie ad alta tecnologia, sono più di
600.
Al solito le promesse si sprecano: Ferma opposizione a ogni ipotesi di chiusura dello stabilimento di None e disponibilità a sostenere tutte le iniziative possibili a supporto dei lavoratori, senza interferire nella trattativa fra le parti. E` quanto ribadito in Regione, da tutte le istituzioni presenti alla prima riunione del tavolo convocato per affrontare la crisi della Indesit.
I sindaci hanno sottoscritto un documento in cui sottolineano come «la chiusura dello stabilimento di None rappresenterebbe un ulteriore grave depauperamento per l`economia del Pinerolese e di tutta la Provincia».

Signori sindaci il licenziamento e' la fame per gli operai

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mer, 11 feb
BERTONE: OPERAI IN LOTTA

Se il ministro dello Sviluppo Economico, Claudio Scajola, non firmerà il decreto per nominare i commissari della Holding Bertone, gli operai andranno a manifestare a Roma sotto il ministero. È quanto deciso stamani dai lavoratori della carrozzeria riuniti in assemblea davanti all'azienda.
La prossima assemblea dei lavoratori Bertone, che dovrebbe decidere l'eventuale
mobilitazione, si svolgerà martedì prossimo 17 febbraio.

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mer, 11 feb
LAMBORGHINI: 300 OPERAI IN CASSA INTEGRAZIONE

Lamborghini ha annunciato il ricorso alla cassa integrazione ordinaria. Il provvedimento interesserà un totale di 300 dipendenti addetti alla produzione e/o direttamente collegati ai processi produttivi per due settimane nei mesi di febbraio
e marzo.

I sindacati hanno detto subito di si, tanto chi ci rimette il salario sono gli
operai

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mer, 11 feb @ 14:33
BASTA ALLE CARICHE DELLA POLIZIA CONTRO GLI OPERAI

Per Epifani "è ora di finirla con la polizia che carica gli operai che occupano le fabbriche". "Non mi è piaciuto quello che è accaduto nella fabbrica di Pomigliano",dove tutto "si è svolto nella piena correttezza e grazie alla responsabilità dei
lavoratori e dei sindacati".
Ma cosa fa Epifani come capo della CGIL per difendere gli operai?
Niente , non fa assolutamente niente
Il leader del più grande sindacato italiano torna a puntare l'indice sul governo che ha "sottovalutato" la crisi, "non si è dotato di un'idea con cui affrontarla" e ha messo sul tavolo una manovra che è "la più bassa in assoluto in tutto il mondo". E anche sull'auto il governo ha fatto poco e tardi. "Per mesi ha detto che non c'era bisogno di intervenire" e poi quando si sono mossi altri Paesi "ha fatto poco, solo una parte", osserva Epifani.

Ecco l'idea di Epifani regalare ancora miliardi ai padroni.
Per gli operai: cassa integrazione, licenziamenti e se protestano manganellate

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Ferrero: "E' il PD il vero regista della scissione di Rifondazione"
"L'operazione Vendola fatta su commissione"


Le dichiarazioni di Veltroni e la proposta dell'ordine del giorno "salva Vendola" rendono finalmente chiaro che la scissione di Rifondazione Comunista è stata decisa in accordo con i vertici del Partito Democratico che infatti oggi se ne fa garante. Da un lato Veltroni sostiene di aver concordato con Giordano la soglia di sbarramento al 4% e dall'altra il PD permette agli scissionisti di presentarsi alle elezioni senza dover raccogliere le firme al fine di togliere voti a Rifondazione Comunista.

La scissione di Vendola si rivela per quello che è : una operazione fatta su commissione del PD per cercare di distruggere Rifondazione Comunista e creare una sinistra addomesticata che faccia da copertura al centrismo di Veltroni.

Questo chiarisce bene come il problema che abbiamo dinnanzi non è se unire la sinistra o no, ma è se fare una sinistra subalterna al PD o una sinistra in grado di avere un suo progetto e una sua autonomia strategica. Noi, siamo impegnati su questa seconda strada.

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Il cuore nel pozzo: un caso di revisionismo mediatico

Nel 2005 la RAI manda in onda la fiction "Il cuore nel pozzo": un esempio chiarissimo di quello che abbiamo definito "revisionismo mediatico".

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Tutto regolare, gli operai e i lavoratori continuano a morire.

I processi, quando si fanno, sono eterni.

I padroni si arricchiscono e gli operai vanno al cimitero.

PER TUTTI QUELLI CHE PARLANO IMPROPRIAMENTE DELLA CONDIZIONE OPERAIA, LA RIBELLIONE
OPERAIA E' IL PRIMO PASSO DELLA LOTTA PER L'EMANCIPAZIONE DAI PADRONI...

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mar, 10 feb @ 12:23
INNSE: AGGRESSIONE DELLA POLIZIA

LE REAZIONI POLITICHE - «Le forze dell'ordine che picchiano degli operai per
permettere al proprietario dell'azienda di portar via dei macchinari lasciando così
senza lavoro 49 famiglie: questo è quello che ho visto stamattina all'alba di fronte
alla Innse», ha dichiarato l'eurodeputato di Rifondazione, Vittorio Agnoletto, che
era presente al presidio degli operai. «Non volevo credere ai miei occhi, queste
scene pensavo appartenessero ormai ad un lontano passato o ai documentari
cinematografici, una vergogna per uno Stato fondato sul lavoro come recita la nostra
Costituzione». Il consigliere regionale del Prc Luciano Muhlbauer parla di «una
carica dei carabinieri assolutamente indiscriminata durante la quale sono stati presi
a manganellate sulla testa gli operai, un sindacalista della Fiom e anche il
sottoscritto, nonostante la sua qualifica di Consigliere regionale fosse conosciuta
dai responsabili di piazza». Dura anche la presa di posizione della Fiom-Cgil:
«Quello che è accaduto alla Innse è gravissimo. È il segno della volontà di mettere a
tacere, con la violenza, i lavoratori. È il segno della volontà di piegare chi in
questo paese si oppone alla logica della chiusura degli stabilimenti e dei
licenziamenti. La Fiom di Milano sta con i lavoratori, con gli operai della Innse,
con chi difende il proprio posto e la propria dignità».

Il Corriere della Sera e' sempre stato un portavoce dei padroni. Lo dimostra anche
quando riporta la cronaca degli scontri tra polizia e operai della Insse di via
Rubattino 81 a Milano.

Il corriere parla di tafferugli. Perche' non dice che duecento tra poliziotti e
carabinieri sono andati all'assalto degli operai?

Il corriere riporta: "Gli agenti si sono presentati poco dopo le 4 di fronte ai due
ingressi dell'azienda e, con l'aiuto di una ruspa hanno aperto un varco nella
barricata alzata nella notte dai presidianti davanti l'ingresso posteriore dell'area.
Mentre entravano due camion, c'è stato un primo contatto tra le forze dell'ordine e
le persone ( ndr. erano gli operai della INNSE e gli altri operai che solidarizzano
con la lotta) che da due giorni presidiano permanentemente i capannoni (ndr. ma quali
due giorni, sono otto mesi). È iniziata quindi una trattativa che ha permesso a due
operai di entrare e di supervisionare la situazione. Un secondo momento di tensione è
cominciato mentre una parte del presidio bloccava la circolazione di via
Rubattino.

La lega attacca con le ronde dei cittadini, il corriere con le menzogne.

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I nuovi ammortizzatori sociali

La Marcegaglia chiede l'assunzione di piu' poliziotti. Sono questi gli ammortizzatori sociali dei padroni

Nella foto la polizia contro gli operai dell'Alfa di Pomigliano

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mar, 10 feb @ 09:29
LA BORGHESIA SI PREPARA ALLO SCONTRO

Mentre i borghesi di sinistra, a Roma scendono in campo per difendere la
Costituzione borghese, a Milano i partiti di destra litigano su chi dirigera' la
polizia regionale e le squadre dei cittadini.

Il Carroccio sfida Formigoni e il Pdl presentando un progetto di legge che istituisce
la Polizia regionale alle dipendenze di un super-assessorato - anzi, di un "ministero
alla Sicurezza" - che dovrebbe coordinare il lavoro delle polizie locali, che ora
dipendono da sindaci e presidenti di Provincia. E a capo di questa direzione centrale
i leghisti vogliono che ci sia il governatore, oppure un assessore da lui delegato.
Ovviamente il testo prevede anche il riconoscimento formale delle ronde: "Abbiano
concordato tutto con il ministro Maroni", assicura il capogruppo Stefano Galli.

Maroni, la mezza tacca leghista, ospitato ai telefoni di Radio 24 dell'ex spia della
CIA Giuliano Ferrara, in relazione alle ronde dei cittadini afferma: "Ma quale
razzismo, i primi a istituirle sono stati i sindaci di sinistra, ma ovviamente se una
cosa viene fatta dalla Lega, allora è razzista". E comunque dopo l'approvazione del
pacchetto sicurezza che le prevede, le ronde adesso sono una realtà: "Associazioni di
cittadini che girano disarmati con il telefonino solo per segnalare situazioni di
allarme".

La borghesia si prepara allo scontro armato con gli operai. Sanno che prima o poi
esplodera' la protesta. Tutto il resto sono chiacchiere.
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DUE PESI E DUE MISURE

Troccoli che ha ottenuto la cittadinanza Italiana

Ignazio la Russa chiede di fare la guerra al Brasile, Frattini ha ritirato
l'ambasciatore, la destra urla e strepita perche' il Brasile ha concesso l'asilo
politico a Battisti.

Ma i politici della destra hanno dimenticato il loro amico Jorge Troccoli

Secondo la magistratura uruguayana Troccoli prese parte a quello che è conosciuto
come Piano Condor. Una sorta di internazionale del terrore che, negli anni ?70,
coordinò il sequestro, l'interscambio e la sparizione di migliaia di oppositori
politici in Cile, Paraguay, Uruguay, Brasile, Bolivia e Argentina. Troccoli ammise la
sua partecipazione al trasporto clandestino dei detenuti politici tra Uruguay e
Argentina ma non ha mai subito un processo. Troccoli ha lasciato il Sud America da
tempo per rifugiarsi proprio in Italia, dove nel 2002, nonostante si conoscesse il
suo passato, ha ottenuto la cittadinanza italiana. Secondo la stampa uruguayana per
lo stesso reato di cui è accusato Troccoli, «omicidio specialmente aggravato» e
«violazione dei diritti umani», lo scorso ottobre la Corte d?Appello di Montevideo ha
confermato l?incriminazione dell?ex dittatore Gregorio Alvarez e dell?ufficiale della
Marina in pensione Juan Carlos Lacerbeau.

Jorge Troccoli è accusato dalla magistratura dell'Uruguay di aver fatto sparire un
numero imprecisato di persone nel suo paese tra il 1975 e il 1983. Tra questi sei
cittadini italiani.
Il governo Berlusconi, nel settembre scorso, ha respinto la richiesta di
estradizione per Troccoli.

La Russa, Alfano, Frattini perche' proteggono il torturatore assassino Troccoli?
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Bella Ciao 25 Aprile 2008 Alghero

Dopo il divieto da parte del sindaco di Alghero, Marco Tedde (Forza Italia -Pdl), di suonare l'inno partigiano per la Festa della Liberazione del 25 Aprile, più di 1500 persone antifasciste sono scese in piazza per cantare e manifestare il loro dissenso contro ogni revisionismo storico che l'amministrazione Tedde sta cercando di attuare

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CORSA AGLI SPORTELLI, TRE ORE ALL' APOCALISSE FINANZIARIA
DI FELICE CAPRETTA

informazionescorretta.blogspot.com

Sportelli chiusi.

Bancomat spenti.

Home banking inaccessibile.

Impossibile ritirare e trasferire denaro.

Praticamente la fine del sistema economico.

Questo è lo scenario che i risparmiatori inglesi, e probabilmente tutti i risparmiatori del mondo come conseguenza, stavano per trovarsi davanti il 10 ottobre 2008 ed è stato scongiurato per sole 3 ore.
Il ministero del Tesoro stava preparando l'ordine di chiusura degli sportelli bancari, lo stop alle transazioni elettroniche ed il blocco totale dei bancomat.
Il primo ministro Gordon Brown stava per apparire in tv a reti unificate per annunciare che l'intero sistema finanziario inglese sarebbe stato nazionalizzato.
Questa è la rivelazione che ha fatto trapelare il ministro Paul Myners solo un paio di settimane fa riguardo gli eventi del 10 ottobre 2008, quando Unicredit perdeva il 12% e Londra perdeva il 10%.
Non ricordiamo esattamente i titoli dei giornali del 10 ottobre 2008 e del giorno successivo, ma siamo abbastanza certi che nessun giornale e nessuna tv hanno sollevato l'argomento, se non per lamentare il classico "venerdì nero".
Il ministro Paul Myners si è spinto oltre e ha rivelato che il tracollo è stato evitato per sole tre ore per non meglio definiti "febbrili accordi dietro le quinte".
Chissà che tipo di accordi febbrili..
La causa del tracollo
Sempre il ministro, con il consueto aplomb britannico, ci ha informati che la causa è stata una "segreta corsa agli sportelli", con protagonisti, si badi bene, "importanti titolari di deposito" che hanno ritirato i loro depositi in massa.
Ricordiamo che la corsa agli sportelli è la fine di una banca. Si salvano solo i primi che riescono a ritirare i pochi liquidi rimasti. Tutti gli altri restano con un pugno di mosche, con la possibilità di riavere - forse - i propri risparmi "garantiti" quando il governo lo concederà.
E così, mentre la maggior parte dei cittadini ignari rischiavano di restare senza contanti, alcuni enormi investitori si affrettavano a stipare i loro quattrini sulle scialuppe di salvataggio e mettersi in salvo, accelerando ancor di più il disastro e lasciando di fatto in condizioni disastrate i piccoli risparmiatori.
Con tanto di probabili disordini di piazza e ragionevolmente coprifuoco.
Per la cronaca, il ministro è stato accusato di essere un completo irresponsabile per aver rivelato la notizia mentre è comunque in corso una grave recessione.
Già.
Saluti felici

Felice Capretta
Fonte: http://informazionescorretta.blogspot.com

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mer, 04 feb
ZAVOLI: IL PUPAZZO DI VELTRONI E BERLUSCONI

Sergio Zavoli, senatore del Pd di Veltroni, e' stato eletto presidente della
Commissione di vigilanza della RAI.

Sergio Zavoli debutta nel 1943 sul periodico studentesco fascista riminese Testa di
Ponte, esaltando il «grande momento» del regime e la fiducia nel futuro voluto dal
duce: «arriveremo!». Il poeta Elio Ferrari ha scritto: «A Rimini chi non lo vedeva in
divisa e con il mitra a tracolla (teste Stelio Urbinati) pure alla colonia
Montalti?», sede del fascio repubblichino.

Sergio Zavoli oggi ha 85 anni, avevamo dimenticato.

Rivolgendosi ai colleghi della Commissione, Zavoli ha sottolineato che ''questo
momento e' particolarmente significativo per me, per le istituzioni e per la politica
e questo si verifica per una sorta di congiunzione astrale. Credo di rappresentare la
doverosita' di tener fede a un piccolo principio, se volete un piccolo monito: con
questo voto si lancia un messaggio al paese, che se il Parlamento vuole, e' in grado
di risolvere i problemi''.

Sergio Zavoli si dovrebbe vergognare della sua elezione. Alla sua eta' ha trovato
veramente un modo miserabile di chiudere la carriera: fare il pupazzo di Veltroni e
Berlusconi

Sergio Zavoli in definitiva chiude la carriera come l'apri nel 1943.

http://www.operaicontro.it/index.php?p=5

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Minaccia alla Costituzione

E' difficile dire se il gioco che stanno conducendo il Presidente del Consiglio e i suoi ministri sia più ripugnante o pericoloso. La strumentalizzazione di una dolorosa vicenda umana e l'ipocrita esaltazione del valore della vita da parte di chi ha sempre esaltato le ''guerre umanitarie'', in contrasto con l'articolo 11 Costituzione, suscitano solo ribrezzo.

Ma il deliberato attacco alla Carta fondativa della nostra convivenza sociale è troppo grave per non richiedere una risposta dura e immediata da parte di quanti sono consapevoli dei rischi gravissimi che ciò comporta.

Gabellando per ''vera democrazia'' l'esclusivo richiamo alla ''volontà del popolo'', si tenta di contrapporre il principio di legittimità a quello di legalità.

Si vuole far credere che uno Stato sia democratico quando rispetti presunti – o temporanei – umori di masse indifferenziate.

Magari registrati attraverso sondaggi di comodo.

Questa visione, brutalmente espressa oggi dall'onorevole Berlusconi, in polemica con il capo dello Stato, dimentica volutamente che fuori dalle regole costituzionalmente garantite non vi è vera democrazia ma, nel migliore dei casi, solo una '' dittatura della maggioranza''.

Nessuno, nemmeno il Cavaliere, lo può ignorare. Se egli finge di farlo è solo perché si tenta di dare l'ennesimo colpo di piccone alla nostra Costituzione.

Nel corso degli ultimi quindici anni abbiano assistito al tramonto dei principi sui quali essa era stata fondata : centralità del lavoro (precarizzazione e mercato autoregolantesi); ripudio della guerra (guerre umanitarie); centralità del Parlamento (maggioritario, decretazione d'urgenza, tentativi di premierato); separazione dei poteri (depotenziamento del ruolo della Magistarura e tentativi di subordinarla all'Esecutivo); difesa della persona umana (legislazione di segno razzista contro gli immigrati). E altro ancora.

La gravità della situazione è giunta al punto che persino alcuni settori del cattolicesimo democratico e lo stesso giornale della CEI hanno denunciato il pericolo di un regime autoritario.

Il gioco è davvero troppo pericoloso per non denunciarlo!

Se coloro che continuano a riconoscersi nei valori della Carta Costituzionale e dei suoi principi dovessero raggiungere la piena consapevolezza che il patto sul quale si è basata la convivenza dei cittadini della Repubblica in questi 60 anni è stato definitivamente infranto, avrebbero davanti una sola strada. La rottura della legalità restituisce ad ognuno il diritto originario ad opporsi, in ogni modo, agli atti di un governo che, violando le regole, si ponga sul piano dell'arbitrio e della prevaricazione.


(*) Docente di Storia del Diritto, Università di Messina

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L'erede della loggia P2

Il Paese, la democrazia repubblicana sono sotto scacco. Al rifiuto del Capo dello Stato di controfirmare il decreto che ordina di riprendere l'alimentazione forzata di Eluana Englaro, Berlusconi risponde con la convocazione delle Camere (anche se non rientra nei suoi poteri farlo) per approvare, a tamburo battente, attraverso il voto di fiducia, una legge che risolva in radice l'oggetto del contenzioso.

Sembra che, nelle ultime ore, questa tracotante intenzione abbia incontrato, nella stessa maggioranza e specialmente nel Presidente della Camera, qualche significativo contrasto. E che, "in articulo mortis", l'uomo di Arcore sia stato costretto a scegliere una strada formalmente meno dirompente: un disegno di legge affidato ad un percorso parlamentare accelerato. Ma resta, tutta intera, l'intenzione eversiva, l'insofferenza sempre più marcata verso ogni e qualsiasi regola o potere che si frappongano all'esercizio del suo potere assoluto. Si guardi alla successione di eventi di questa convulsa giornata. Prima Berlusconi si scaglia contro il presidente della Repubblica, accusato di avallare con il suo diniego niente meno che il reato di «omissione di soccorso di una persona in pericolo di vita». Poi, in un crescendo rossiniano, dichiara che la decretazione d'urgenza, il ricorso al voto di fiducia, rappresentano il modo ordinario, necessario, di governare. E se ciò non bastasse - ma i nessi logici si fanno qui assai laschi - si rammenti che è sempre possibile tornare dal popolo sovrano per ottenerne un mandato plebiscitario a cambiare la Costituzione. In un sol colpo, il caudillo italiano squaderna l'intero suo repertorio, ereditato - come è sempre più evidente - dal «programma di rinascita democratica» del «venerabile maestro» Licio Gelli: minaccia il capo dello Stato e ne usurpa le prerogative, ignora la sentenza della Corte di Cassazione, si sbarazza del Parlamento, attacca con ossessione compulsiva la Costituzione, travolge ogni senso di laicità dello Stato per conformarsi alle pulsioni più reazionarie della gerarchia vaticana, esercita un'inaudita violenza sul corpo di una donna costringendola a protrarre un'esistenza puramente vegetativa, compie un gesto di crudele sopraffazione sulla sua famiglia. Ve n'è più che abbastanza per comprendere che - forse come non mai in questa pessima stagione politica - si sia superata la soglia di guardia, oltre la quale sono davvero messe a repentaglio la democrazia e le libertà fondamentali. Non è bene attendere che la corsa si fermi in fondo al piano inclinato. Perché allora potrebbe essere troppo tardi. Occorre mobilitarsi, da subito, in tutto il Paese, costruendo la massima unità.

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VENERDI' 16 GENNAIO 2009

ORE 20,30 - IL BRUCO - Magre' (Schio)

Incontro pubblico per approfondire, discutere, rifletteree capire le origini delle violente e infami aggressioni israeliane al popolo palestinese

ne parleremo con:

MASSIMILIANO TRENTIN

( Studioso del Medioriente presso l'universita degli studi di Padova )

leggi il volantiono (pdf)

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Gino Donè. un grande rivoluzionario!

Gino Donè Paro è stato l'unico europeo ad aver partecipato attivamente alla rivoluzione cubana. In questa esclusiva intervista del 2006 ad Antonio Baldo racconta il perchè delle sue azioni. Gino ci ha lascito ma le sue idee ed il suo esempio vive nelle lotte dei popoli oppressi.

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13.01.09 - Nota stampa Prc: Liberazione, Greco Direttore, Fania vice, Liberazione non sarà in edicola per due giorni
martedì 13 gennaio 2009
Comunicato della MRC SpA editrice del quotidiano Liberazione.

Verificata l'indisponibilità di Piero Sansonetti a firmare Liberazione nelle prossime 48 ore ed essendo in attesa dell'insediamento del nuovo Direttore Dino Greco e del Vice Direttore Fulvio Fania, i cui nomi sono stati comunicati preventivamente al Cdr in data odierna, la MRC SpA non è in condizioni, a norma di legge, a dar corso alla pubblicazione della testata.
Pertanto Liberazione non sarà in edicola nei giorni mercoledì 14 e giovedì 15 gennaio.
--
Ufficio stampa Prc

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Intervista a Loris Mazzetti

Pochissimi dentro la Rai possono permettersi il lusso di tenere la schiena dritta. Fare il proprio dovere di giornalisti è diventato un atto di coraggio.

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Scissione nel PRC

di Matteo Bartocci

su Il Manifesto del 13/01/2009


Più che un sipario un sudario. La parola fine su Rifondazione comunista così com'è stata fino a oggi viene pronunciata nella sala intitolata a Lucio Libertini, una catacomba gelida e stretta sotto la sede di via del Policlinico. Perché la sostituzione di Piero Sansonetti alla guida di Liberazione viene interpretata dalla minoranza «vendoliana» sconfitta di misura al congresso di luglio (47,3 per cento) come «uno strappo incolmabile», sintetizza dal palco per tutti gli «scissionisti» una commmossa Graziella Mascia.

Via via si alternano uno dopo l'altro gli addii di una larga parte del gruppo dirigente più vicino a Bertinotti, mescolati ad affondi personali e politici durissimi e livorosi con accuse di stalinismo e nostalgia del muro di Berlino. Interventi nervosi più che appassionati. Un palcoscenico per vecchi e nuovi rancori. La scissione a lungo vagheggiata, evidentemente, è ormai metabolizzata almeno ai vertici. Da Nichi Vendola in serata arriva un gelido addio a distanza, che benedice le dimissioni dagli organismi dirigenti del partito di buona parte della sua mozione (anche se con eccezioni significative).

Intervenendo in apertura, il segretario Paolo Ferrero spiega che i motivi a favore della sostituzione di Sansonetti sono essenzialmente due. «L'insuccesso editoriale, per usare un eufemismo», e una divergenza di linea politica secondo cui «Piero ha diretto il giornale sulla base di un progetto opposto a quello della rifondazione comunista che invece ha vinto democraticamente il congresso». La sua sostituzione, promette Ferrero, non scalfirà l'autonomia del giornale e di chi ci lavora, «ma è chiaro a tutti che se si prosegue così il Prc rischia di scomparire per mancanza di fondi». Le cifre sono ormai note. Liberazione vendeva circa 10mila copie nel 2004 e arriva a stento a 6mila. Il suo deficit pesa sul bilancio del partito per circa un terzo: 3-3,5 milioni di euro su 10. Cifre drammatiche ma non nuove.

E' evidente che la questione è politica. «Uguaglianza e libertà sono entrambi elementi fondanti della cultura politica del Prc e ci resteranno, nel nostro statuto c'è l'obiettivo del superamento del capitalismo e del patriarcato», assicura Ferrero. E a chi lo accusa di avere nostalgia della Pravda ricorda di volere un giornale e un partito simile a quello di Genova, «una casa per tutti, senza distinzioni tra chi è dentro e chi è fuori». Fino alla fine, dopo oltre 7 ore, ci si avvita anche sulle procedure. Il sindacalista di Brescia infatti non è un giornalista e per legge ha bisogno di un vicedirettore responsabile al suo fianco che però ancora non è stato presentato. La sua nomina passa in serata con solo 26 voti su 60 membri della direzione. Decisivi per il numero legale 3 «vendoliani» contrari alla scissione come Augusto Rocchi, Rosa Rinaldi e Luigi Cogodi. Astenuti però anche due «ferreriani» doc come Maurizio Acerbo (primo firmatario della mozione congressuale) e Giovanni Russo Spena. «Quando se ne va via una parte così importante del partito è una sconfitta per tutti - dice Russo Spena - però la drammatizzazione sul giornale è diventata lo strumento di chi vuole distruggere Rifondazione». Quasi tutti i dirigenti della «mozione 2» affondano i colpi soprattutto su chi gli era più vicino come Ferrero. «Quando eri in segreteria non ti sei mai preoccupato del deficit di Liberazione perché non ti conveniva», attacca Gennaro Migliore. E dopo di lui Maurizio Zipponi suona quasi paradossale: «Voi state sciogliendo il Prc - dice alla nuova segreteria - dimettevi finché siete in tempo». E sulla figura di Greco si lascia andare a vecchie ruggini: «Alla camera del lavoro di Brescia ha sempre perso, perfino sul suo successore. Ci ha portati a 8 anni di rottura con la Fiom. Noi siamo contenti ma ora a Roma sono cazzi vostri». Critiche su cui la platea rumoreggia più o meno all'unanimità. A difesa del neo-direttore interviene Alfio Nicotra: «Non vogliamo né purghe né gulag, chiediamo solo che il giornale valorizzi le posizioni della maggioranza del partito senza ridicolizzarle».

Il dibattito, già non eccelso, si avvita: tutti contro tutti a colpi di stalinismo, con esiti perfino paradossali, come Alfonso Gianni e Ramon Mantovani, oggi su mozioni opposte, ma che entrambi nel '71 gridavano «viva Stalin» tra i katanga milanesi. Gianni è durissimo, dice di non avere «un sassolino nella scarpa ma un muro»: «Sul muro di Berlino puoi stare di qua o di là ma non ci puoi stare a cavalcioni», accusa l'ex sottosegretario, che poi però segna un punto da cui non si può prescindere: «Liberazione è stata per il partito una finestra sul mondo, attraverso la quale noi guardavamo fuori e gli altri guardavano noi, anche nelle nostre porcherie interne». Non è un giornale di partito? «Bene, benissimo - tuona Gianni - è proprio questo che l'ha fatta vivere negli anni, modesta ma vitale, Europa e il Secolo chi li legge, a chi servono?». Il suo intervento scatena un putiferio di insulti e improperi. «Riconosco lo stalinismo anche quando si ammanta di anti-stalinismo», risponde Mantovani, critico da sempre con Sansonetti, di cui ricorda la fucilazione pubblica di Francesco Caruso quando (a torto) definì «un assassino» Marco Biagi a causa della legge 30: «La democrazia - dice - prevede la nomina del direttore ma anche la sua sostituzione». E poi l'affondo alla sua vecchia corrente: «Se al congresso Vendola avesse avuto pochi voti in più grazie alle altre mozioni che avreste detto sul rispetto degli iscritti?». Ferrero a margine rovescia le accuse di stalinismo indirettamente anche su Bertinotti, che aveva parlato di Rifondazione «irriconoscibile»: «E' staliniano l'uso della storia da parte dei dirigenti per legittimarsi o meno a vicenda». Il futuro resta incerto.

Non tutti i «vendoliani» usciranno dal partito. In direzione ieri sono rimasti in tre (Rocchi, Cogodi e Rinaldi). Cioè intere regioni come Sardegna (dove si vota tra poco) e Sicilia più quadri sparsi nel resto d'Italia che potrebbero superare un terzo dei sostenitori della vecchia «mozione 2». Oggi diffonderanno un documento pubblico che chiede di restare a dare battaglia dentro pur essendo d'accordo alla rifondazione della sinistra. L'appuntamento per tutta l'area comunque è a Chianciano il prossimo 24 gennaio. Non un congresso fondativo, per ora, ma un seminario che dovrà decidere il da farsi. Le ipotesi in campo sono essenzialmente due. La prima punta tutto sullo sfascio del Pd e prevede un cartello elettorale con Sd e Verdi che rimandi il nuovo partito a dopo le europee. L'altra, più ambiziosa, mira a un partito subito, con primarie dal basso su dirigenti e candidature. E' scissione. Ma ancora non ha le idee chiare.

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BASTA. E? ORA DI BOICOTTARE

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"Il mondo è un posto pericoloso, non tanto per via di coloro che fanno il male, ma per coloro che guardano e fanno niente".
(Albert Einstein)

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HUGO CHAVEZ, ONORE DEL MONDO. SIONISTI E NAZI.

"In quest'ora tragica, indignato il popolo del Venezuela manifesta la sua illimitata solidarietà all'eroico popolo palestinese, partecipa al dolore che colpisce migliaia di famiglie per la perdita dei loro cari e tende loro la mano affermando che il governo venezuelano non si stancherà di chiedere che vengano severamente puniti i responsabili di questi crimini atroci'' Il governo venezuelano denuncia l'utilizzo pianificato del terrorismo di Stato con il quale questo paese si colloca al margine della comunità delle nazioni."
(Hugo Chavez, all'atto dell'espulsione dal Venezuela dell'ambasciatore israeliano e di parte del personale dell'ambasciata).

Onore a Chavez, presidente del Venezuela bolivariano, unico governante del pianeta a far l'unica cosa giusta e necessaria cacciando il rappresentante dello Stato Cannibale. Ha idee chiare, Chavez, sul terrorismo israeliano, complice del colpo di Stato contro il suo governo nel 2002 e di tutti i regimi fascisti imposti dagli Usa in America Latina nella seconda metà del secolo scorso e oggi. Quanto allo sdegno manifestato da Israele, da tantissimi ebrei e loro succubi o compari, per l'accostamento del necrostato razzista e teocratico al regime nazista, accostamento fatto dai migliori studiosi israeliani, c'è lì una coda di paglia che va da Gaza ad Auschwitz. Anche perché accanto a Israele ci sono gli Usa, la più brutale potenza imperialista di tutti i tempi e contro non c'è nessuno.

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Liberazione, Segreteria Prc chiede a Dino Greco disponibilita' a fare il direttore

Dino Greco, interpellato dalla Segreteria nazionale del Prc in merito alla sua disponibilità ad assumere l'incarico di direttore di Liberazione, rende noto che, "ringraziando la Segreteria della proposta che mi è stata rivolta, mi riservo 48 ore di tempo per valutarla con tutta l'attenzione che merita, per ragionarvi su e per decidere".


Dino Greco, nato a Brescia nel 1953, ha una storia tutta sindacale. Ha cominicato a fare sindacato a 21 anni, nel sindacato dei tessili di Brescia, è poi passato in segreteria confederale, infine è diventato segretario generale della Camera di Lavoro di Brescia, incarico che ha ricoperto per due mandati. Attualmente, è membro del direttivo nazionale Cgil ed esponente della sinistra sindacale.

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DOBBIAMO AGGIUSTARE L'IMMAGINE DISTORTA CHE ABBIAMO DI HAMAS

Gaza è una società laica dove la gente ascolta musica pop, guarda la tv, e molte donne camminano per strada senza il velo.

La settimana scorsa ero a Gaza. Mentre ero lì ho incontrato una ventina di poliziotti che partecipavano a un corso in gestione dei conflitti. Erano ansiosi di sapere se gli stranieri si sentivano al sicuro da quando Hamas era al governo. ''Sì, certamente!'' ho risposto. Senza dubbio gli ultimi 18 mesi hanno visto una relativa calma per le strade di Gaza; nessun uomo armato per le strade, niente più rapimenti. Hanno sorriso pieni di orgoglio e ci hanno salutato con un arrivederci.

Meno di una settimana dopo tutti questi uomini erano morti, uccisi da un razzo israeliano durante una cerimonia di passaggio di grado. Erano ''uomini armati e pericolosi di Hamas'' ? No, erano poliziotti disarmati, impiegati pubblici uccisi non durante un ''campo di addestramento militante'' ma nella stessa stazione di polizia al centro di Gaza City usata dagli Inglesi, dagli Israeliani e da Fatah durante il periodo in cui questi guidavano il paese.

Questa distinzione è cruciale perché mentre le terrificanti scene di Gaza e Israele vengono trasmesse nei nostri schermi televisivi, si sta combattendo anche una guerra fatta di parole che sta oscurando la nostra comprensione della realtà dei fatti.

Chi o cosa è Hamas, il movimento che il ministro della Difesa israeliano Ehud Barak vorrebbe annientare come se fosse un virus? Perchè ha vinto le elezioni palestinesi e perché permette che vengano sparati razzi su Israele?

La storia degli ultimi tre anni di Hamas rivela come l'incomprensione riguardo a questo movimento da parte dei governi di Israele, degli Stati Uniti e Regno Unito ci abbia condotto alla situazione brutale e disperata in cui siamo.

La storia comincia circa tre anni fa quando ''Cambiamento e Riforma'', il partito politico di Hamas, ha inaspettatamente vinto le prime elezioni libere e regolari del mondo arabo, in una piattaforma politica che vedeva la fine della corruzione endemica e il miglioramento dei quasi inesistenti servizi pubblici nella Striscia di Gaza. Contro un'opposizione divisa questo partito apparentemente religioso si è impresso nella comunità a prevalenza laica tanto da guadagnare il 42 per cento dei voti.
v I palestinesi hanno votato per Hamas perchè hanno pensato che Fatah, il partito del governo che hanno bocciato, li ha delusi. Nonostante la rinuncia alla violenza e il riconoscimento dello Stato d'Israele, Fatah non ha realizzato uno Stato palestinese.
v E' essenziale sapere questo per capire la cosiddetta posizione di rifiuto di Hamas. Che non riconoscerà Israele o rinuncerà al diritto di resistere finchè non sarà sicuro dell'impegno mondiale a raggiungere una soluzione per la questione palestinese.

Nei cinque anni in cui ho visitato Gaza e la Cisgiordania ho incontrato centinaia di politici e di sostenitori di Hamas. Nessuno di loro ha professato lo scopo di islamizzare la società palestinese, in stile talebano. Hamas conta troppo sui votanti laici per fare questo. La gente ascolta ancora la musica pop, guarda la televisione e le donne ancora scelgono se indossare il velo o no.

La leadership politica di Hamas è probabilmente la più qualificata nel mondo. Può vantare nelle sue file più di 500 laureati col titolo di dottorato, la maggioranza fatta di professionisti della classe media (dottori, dentisti, scienziati, e ingegneri).

La maggior parte della leadership di Hamas si è formata nelle nostre università è non ha maturato nessun odio ideologico contro l'Occidente. E' un movimento basato sul malcontento, dedicato ad affrontare l'ingiustizia compiuta sul suo popolo. Ha coerentemente offerto una tregua di dieci anni per fornire uno spazio di respiro per poter risolvere un conflitto che continua ormai da pià di 60 anni.

La reazione di Bush e Blair alla vittoria di Hamas nel 2006 è la chiave dell'orrore di oggi. Invece di accettare il governo democraticamente eletto, hanno finanziato un tentativo di rimuoverlo con la forza; addestrando e armando i gruppi di combattenti di Fatah per rovesciare militarmente Hamas e imporre ai Palestinesi un governo nuovo e non eletto da loro. Come se non bastasse, 45 membri del Parlamento di Hamas sono ancora detenuti nelle prigioni israeliane.
v Sei mesi fa il governo israeliano ha accettato una tregua, mediata dall'Egitto, con Hamas. In cambio del cessate il fuoco Israele ha acconsentito all'apertura dei valichi e permesso il libero flusso dei beni essenziali dentro e fuori da Gaza. I lanci di razzi sono terminati ma i valichi non sono stati mai totalmente aperti, e la popolazione di Gaza ha iniziato a morire di fame. Questo devastante embargo non è una vittoria della pace.

Quando gli occidentali chiedono che cosa abbiano in mente i leader di Hamas quando ordinano o permettono il lancio di razzi su Israele, non stanno comprendendo la posizione dei palestinesi. Due mesi fa le Forze di Difesa israeliane hanno rotto la tregua entrando a Gaza e cominciando di nuovo il ciclo di uccisioni.

Dal punto di vista palestinese ogni giro di razzi lanciati è una risposta agli attacchi israeliani. Dal punto di vista israeliano è il contrario. Ma cosa significa quando Barack parla di distruzione di Hamas? Significa uccidere il 42 per cento dei palestinesi che hanno votato per esso? Significa rioccupare la Striscia di Gaza da cui Israele si è ritirato così dolorosamente tre anni fa? O significa separare in modo permanente i palestinesi di Gaza e quelli della Cisgiordania, politicamente e geograficamente?

E per coloro il cui mantra è la sicurezza di Israele, quale sorta di minaccia costituiscono i tre quarti di un milione di giovani che stanno crescendo a Gaza con un odio implacabile contro chi li riduce alla fame e li bombarda?

E' stato detto che questo conflitto è impossibile da risolvere. In realtà, è davvero semplice. Il vertice delle mille persone che governano Israele (politici, generali e lo staff della sicurezza) e il vertice dei palestinesi islamisti non si sono mai incontrati. Una pace che sia tale richiede che questi due gruppi si siedano insieme senza pregiudizi. Ma gli eventi di questi giorni sembra abbiano reso ciò più improbabile che mai. Questa è la sfida per la nuova amministrazione di Washington e per i suoi alleati europei.

William Sieghart
Fonte: www.timesonline.co.uk

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Appello del mondo intellettuale italiano contro l'aggressione israeliana a Gaza


È di poche ora fa la notizia che il governo israeliano, capeggiato da un leader sconfitto e corrotto, Ehud Olmert, ha rifiutato la pur tardiva richiesta dell'Unione Europea, di concedere alla popolazione di Gaza stremata, una tregua umanitaria di 48 ore nell'operazione militare che, con proterva arroganza, è stata chiamata Piombo fuso. La notizia ci addolora e ci indigna; ma non ci sorprende. Il governo israeliano sta passando, nei confronti dei palestinesi, dalla politica della persecuzione a quella della eliminazione. Come non vedere negli eventi in corso, non da oggi, una tremenda analogia con quello che il popolo ebraico ha subìto? Ma le ingiustizie patite non danno titolo, né morale né politico, a produrre altre ingiustizie ai danni dei più deboli. Come operatori nel mondo della ricerca, dell'università, della scuola, della comunicazione, delle arti, dello spettacolo, intendiamo denunciare l'informazione menzognera dei media; e, d'altro canto, la viltà '' e talora complicità '' della classe politica italiana (con impercettibili distinguo nel suo seno).

Non paghi di aver, nel corso dell'anno, tributato grandi onori allo Stato d’Israele, che festeggiava il suo 60°, dimentichi che quello stesso anniversario ricordava, agli altri, gli arabi di Palestina, la catastrofe del loro popolo (la Nakba), politici, opinionisti, organizzatori culturali (insomma ,''l'élite italiana''), stanno ora di nuovo dimostrando una stupefacente smemoratezza e una disonestà che lascia allibiti. D'altronde con ''l'unica democrazia del Medio Oriente'', come si continua a ripetere, l'Italia (e la Comunità Europea) ha accordi pesanti di collaborazione militare, politica e scientifica.

Mentre le bombe continuano a falciare vite, nel pieno delle festività di fine anno, e si minaccia un attacco di terra, da noi, in nome di un conclamato quanto ingannevole spirito di equidistanza si pongono sullo stesso piano i razzi sparati sulle città del Sud di Israele (che, peraltro, costituiscono una forma di resistenza all’invasione), con l'osceno massacro indiscriminato in atto a Gaza, già ridotta allo stremo da un embargo illegittimo e immorale. E, adottando la posizione israeliana e statunitense, si chiede ad Hamas di cessare le azioni militari, come passo indispensabile per ottenere una tregua. Si accusa Hamas, che non si dimentica mai di etichettare come “organizzazione terroristica” (il che non cancella i nostri dissensi politici e per molti aspetti ideali, da Hamas), di aver rotto la tregua in atto da tempo: mentendo, perché durante quella ''tregua'' fittizia, numerosi palestinesi sono stati uccisi dagli israeliani, i quali hanno anche rapito e sequestrato ministri (in numero di 8) e del legittimo governo di Hamas e deputati del Parlamento (15), nell’indifferenza della ''comunità internazionale''.

Si insiste sul fatto che Hamas si è ''impadronita'' di Gaza con le armi, dimenticando che Hamas ha vinto libere elezioni, e un colpo di Stato (con il sostegno israeliano, statunitense e gli applausi europei), gli ha negato il governo del Paese, usando Abu Mazen se non come un Quisling, un vero collaborazionista, certo come una sponda utile. Si accetta la versione dell'attaccante che ci ''informa'' di colpire solo obiettivi militari, e si finge di non sapere che fra tali obiettivi sono sedi universitarie, ospedali, moschee. Si deplorano i morti civili (secondo stime ufficiali dell'Onu al 25% della popolazione nei primi giorni dell'attacco israeliano, molti dei quali adolescenti e bambini, ai quali è impedita la stessa possibilità di cura, per mancanza di medicinali e di strumentazione, a causa del blocco israeliano), ma si dimentica che da anni Gaza è il più grande campo di concentramento a cielo aperto del mondo. E che ebrei sono '' questo il terribile paradosso '' gli aguzzini di quel campo, mentre arabi sono gli internati, ai quali, da anni, vengono negati i più elementari diritti, a cominciare dal diritto stesso alla sopravvivenza.

Il blocco di Gaza è una delle pagine più buie di Israele, a cui noi non chiediamo nulla, convinti che la sua politica sia destinata a produrre effetti contrari a quelli perseguiti e che l'odio che sta seminando non solo nella regione, ma in tutto il mondo, non potrà che accrescersi e produrre conseguenze disastrose per uno Stato che ritiene di poter governare tutto secondo il principio della forza, non solo rispetto ai palestinesi, ma all’intera comunità internazionale, della quale si fa beffe (si pensi al mancato rientro di Israele nei confini pre-1967, malgrado le innumerevoli risoluzioni dell'Onu). E abbiamo pietà degli israeliani che oggi festeggiano i circa 400 palestinesi uccisi nelle prime ore dell'operazione Piombo fuso. La loro danza macabra testimonia come un'intera società possa corrompersi moralmente (compresa la gran parte dei cosiddetti intellettuali israeliani dissidenti), sotto il segno della guerra permanente.

La guerra odierna è tutt'altro che improvvisata: proprio come due anni e mezzo fa, nell’estate 2006, soltanto un vaghissimo pretesto fu trovato nella cattura di un soldato israeliano da parte di Hezbollah, per l'infelice attacco al Libano, oggi il pretesto sono i razzi Kassam sparati da Gaza. Questa guerra che gli stolti salutano come benefica, oggi, porterà a loro '' e purtroppo ad altri '' nuove morti, nuove distruzioni, nuove sofferenze, allontanando ogni possibile pace.

Chiediamo a quanti operano nei nostri ambienti di adoperarsi, con tutti i mezzi a loro disposizione, per denunciare l’occultamento e il capovolgimento della verità che, assecondando la campagna propagandistica israeliana, che ha accuratamente preparato il terreno per l'attacco, si sta mettendo in campo: oggi, più che mai, la propaganda non è un semplice strumento di guerra: è essa stessa guerra. E nell'asimmetria delle ''nuove guerre'', questa scatenata da Israele sul finire di un anno terribile, passerà alla storia, forse, come la guerra ai bambini.

A noi rimane lo strumento della denuncia affinché davanti all'''informazione'' manipolata e corriva, abbia libero corso il sapere critico, la riflessione informata, l'educazione delle coscienze. Ora, per avviare la nostra mobilitazione, ribadiamo che all'intellettuale spetta il duro compito, se vuole salvare non la propria ''genialità'', ma la propria ''dignità'', di gridare sui tetti la verità. Studieremo, nei prossimi giorni, eventuali iniziative comuni, per portare avanti la nostra azione. Ma fin d'ora, anche se servisse a poco e a pochi, pensiamo di non poter rimanere inerti, complici o succubi, davanti alle immagini che ci giungono da Gaza sotto le bombe, alle carni martoriate di quei bimbi innocenti, alle macerie fumanti di una comunità che non si arrende, e che, perciò, rischia l'annientamento, mentre noi stappiamo le nostre preziose bottiglie di champagne.

Angelo d'Orsi (Storico, Università di Torino)

le adesioni vanno inviate a: info@historiamagistra.it

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Bruciamo le città

Ma voi, dico proprio a voi, non vi siete stancati di "essere responsabili"?

Assistiamo alla diminuzione dei diritti acquisiti dai lavoratori grazie a leggi sponsorizzate dall'intera classe politica (
la legge 30) e sostenute sul cadavere di un infiltrato liberista che sta ancora facendo girare Di Vittorio nella tomba come Biagi (mai eliminazione militante fu più antipatica, ma giustificata per il bene del paese), su cui Scajola aveva ragione da vendere: perché mai dare la scorta a un coglione venduto, che l'aveva fatto solo per la scorta (e la carriera)?

Assistiamo allo smantellamento del diritto acquisito - con lotte epiche e feroci - il diritto allo studio, che consentiva anche
al figlio dell'operaio di ''diventare dottore'', esattamente come non vorrebbe l'attuale classe dirigente del paese, Berlusconi in testa.

Assistiamo ai rastrellamenti etnici nelle città (dai quartieri agli autobus, dai call centre ai ristoranti etnici) e all'impedimento del proprio culto per un'unica religione, quella musulmana, esattamente come succedeva durante il ventennio, contro gli ebrei e i testimoni di Geova, e alla nostra demonizzazione sugli organi di stampa.

Assistiamo all'assoluzione dei vertici dell'apparato repressivo dello ''Stato'', lo stesso che durante il ventennio aveva sulle mostrine il fascio, la Polizia, in cambio delle condanne di quei crumiri del diritto (e Pasolini mi perdoni) – perché volenterosi di menare le mani - che comunque non avrebbero potuto opporsi alle direttive impartite dai capi, pena la perdita del lavoro, unendo il dilettevole (menare ''négher'' e ''zecche'') all'utile (mettere in busta qualche soldo in più per gli ''straordinari sanguinari'').

Assistiamo all'indottrinamento delle masse alla totale ignavia e stupidità grazie a sofisticati mezzi di comunicazione di massa, perché non si tratta più di cose grossolane come
La difesa della Razza oppure de Il Tevere, ma di talk show seguiti da milioni persone dove si demonizza l'altro in sua assenza, o magari invitando il più sfigato degli sfigati a rendersi ridicolo personalmente e rendere pericolosi i suoi compagni o fratelli.

Assistiamo all'abbrutimento dei nostri vicini di casa e di banco, deprivati di ogni forma di cultura, menati per il naso a
menare i più deboli tra loro, per avere sollievo dalla tortura a cui le sottopongono quotidianamente: mutui ormai impagabili, precariato sia sul lavoro sia nella scuola, trasporti e viabilità impraticabile. Povertà insopportabile che – incredibilmente – li mette contro gli altri poveri e non contro i padroni. Tipico, vero?

Ma dobbiamo assistervi con grande senso di responsabilità.

Ricordatelo tutti voi, dobbiamo essere colorati e festanti e dialoganti e nonviolenti. E se ci picchiano, ci torturano, ci umiliano, ci uccidono, dobbiamo -
sempre responsabilmente – fare ricorso alla magistratura che, ancora più responsabilmente di noi, assolverà chi ci ha picchiato, torturato, umiliato e magari anche ucciso.

E stranamente quelli che ce lo chiedono (ce lo impongono, prendiamone atto) dalle pagine dei giornali e telegiornali patinati e iper-finanziati dei padroni sono gli stessi che dai loro ciclostilati negli anni tra il '67 e il '78 spiegavano al movimento di allora come preparare le molotov e chiamavano alle armi.

Oppure sono quelli che sui giornali della sinistra odierna si raccomandano che le manifestazioni siano colorate, pacifiche e nonviolente, (e quando lo sono se ne compiacciono, scodinzolando sotto la mensa del padrone), quando invece i loro ''padri partigiani'' sotterravano le armi nei fondi, per essere pronti alla rivoluzione, se necessario. Come oggi, ad esempio.

Ma soprattutto, tutti (destra e sinistra) chiedono responsabilità solo ai negletti, ai poveri, agli sfruttati. E voi, tutti giù a dire che ''saremo responsabili'', e che cerchiamo il dialogo e che Ghandi è e rimarrà l'esempio di lotta a cui ci rifacciamo.

Ma state scherzando?

Pare di no. Ed è molto triste.

Non possiamo essere rabbiosi di fronte al depauperamento di ogni nostro diritto, oppure manifestare maleducatamente, né lanciare sampietrini, né bruciare cassonetti, né spaccare vetrine, né sparare.

Anzi. Dobbiamo sempre (e per sempre?) essere responsabili.


Se fossimo Neri dovremmo essere grati di essere stati picchiati come bestie in pubblico e capire che ci sono altri neri che ci rovinano la reputazione.

Se fossimo Rom dovremmo essere grati del fatto che qualcuno bruci le nostre roulotte e i nostri figli, perché vorrebbe dire che abbiamo un posto micragnoso in uno dei lager a cielo aperto dove ci fanno vivere.

Se fossimo Gay e Trans, dovremmo convocare i Pride specificando che il dress code è ''giacca e cravatta'', che si dovrebbe ballare la polka e che gli slogan dovrebero essere in perfetto trimetro giambico al fine di evitare di scandalizzare la ''gente perbene''.

Se fossimo musulmani dovremmo ringraziare Allah della concessione della preghiera in mezzo alla strada o al limite in qualche sottoscala, perché non avremmo diritto ad una minuscola Moschea dove fare vita comunitaria come la religione impone e consente, e ringraziare con i lucciconi agli occhi se qualche prete ci consente l'uso dell'oratorio e comprendere i passeggiatori di maiali.

Dovremmo farlo manifestando ''in fila per 6 e con il resto di due'', naturalmente, facendo grandi manifestazioni, sempre pacifiche e colorate, che consentano ai bastardi di dire che in Italia il dissenso c'è e si vede. Perché è un paese democratico. Quasi.

Dovremmo scioperare negli orari in cui il servizio che forniamo non disturbi il manovratore e gli altri lavoratori non si sentano vessati, ché poi quando tocca a loro e li mandano a cagare non ricordano che hanno criticato altri come loro, ché la solidarietà non vuol dire fare l'elemosina, ma empatia nelle lotte, nel riconoscersi tra uguali con uguali necesità e priorità: uguaglianza e libertà, esattamente in quest'ordine.

Dovremmo firmare ogni pezzo di carta umiliante che il padrone ci porge, pena l'accusa terribile in questo paese di irresponsabilità.

Dovremmo porgere non solo l'altra guancia, ma le guance dei nostri figli e dei figli dei nostri figli, le guance di tutte le nostre generazioni future.

Ma non è giusto dire che non esiste libertà d'espressione e di riunione in Italia, non parliamo di ''dittatura dolce'' e nemmeno di ''nuovo ventennio'', non diciamo assolutamente di far parte di un popolo di servi e di vigliacchi amorfi. Sono cose che non si dicono. Perché non sarebbe responsabile.

E ricordiamoci di non bruciare cassonetti, di non spaccare vetrine, di non gettare sampietrini, di non fare picchetti, di non bruciare bandiere, di non fare casini quando ti menano i fascisti altrimenti saresti un ''vittimista'', e ricordarsi, che la giustizia vera si fa chiamando il Gabibbo e non i tribunali.

Ricordatevi che le cose si fanno bipartisan anche: più fascisti ci sono tra di noi, più responsabili siamo, e se proprio vi menano, registrate col telefonino e mandatelo a Chi l'ha visto, per denunciare che voi siete i buoni e gli altri i cattivi.

Quante cose ti chiedono il governo di destra e l'opposizione di sinistra, che definire Quisling sarebbe un complimento.

Non siete ancora stanchi?

Io si.

Stanca lo sono a un bel po!, e questa cosa la pago cara, carissima, in termini di diffamazione e minacce di morte in rete e nella mailbox.

Ma voi, dico proprio voi, non lo siete adesso?

Non siete stanchi del ''dialogo'' a ogni costo? Perché dialogare con questi quando in realtà dovremmo prendere in mano il nostro destino di lavoratori, di studenti, di donne, di minoranze etniche e religiose?

Non dobbiamo più cercare le ''tavole rotonde''. Dobbiamo abbandonare i sindacati, questi sindacati. Dobbiamo rivendicare ogni nostro piccolo diritto coordinandoci con i compagni e fratelli, con le compagne e sorelle, che su altri fronti conducono le nostre stesse battaglie. Non sono importanti i motivi, l'importante è la formazione, l'importante è l'ideale. L'importante è l'ideologia.

In questo paese avremmo i mezzi per farlo. E dobbiamo farlo. Dalle lotte di chi può, di chi ha voce anche i senza voce, i senza nulla potranno avere ciò che ognuno di noi dovrebbe avere.

Sarebbe il caso di dire qualche parolaccia in più, di incazzarci, di dimenticare i cortei festanti e farne di rabbiosi, di ricordare che il nostro nemico sono i padroni e i fascisti, di dimenticare le buone maniere bipartisan e rifiutare le assimilazioni con quella feccia fatta solo sulla base di considerazioni tattiche.

Noi abbiamo bisogno di strategia, non di tattiche futili e gradite alla struttura di potere. Abbiamo bisogno di una direzione strategica e ideologica che ricompatti il paese reale, su basi ideali. Su basi ideologiche.

Perché è vero che dobbiamo sollevarci. Ma contro le persone giuste.

Che sono quelle ingiuste.

Dacia Valent
fonte http://www.verbavalent.com/node/323

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Palestina: Orrore a Gaza. 70 palestinesi rinchiusi in una casa e poi bombardati dall'esercito israeliano. Vi ricorda qualcosa?

Una famiglia intera massacrata, fatta a pezzi: 70 persone uccise a sangue freddo dall'esercito di occupazione israeliano nel quartiere di az-Zaitun. E' successo, ieri, domenica, ma l'eccidio è stato scoperto solo oggi, lunedì. Naeb as-Sammuni di 25 anni, sopravvissuto, ha raccontato: "Le forze di occupazione israeliane, penetrate a est del quartiere az-Zaitun, hanno radunato decine di membri della mia famiglia in una sola casa di 180 metri quadrati, poi l'hanno bombardata per dieci minuti".
Il cittadino, che ha visto sterminare tutta la famiglia, ha aggiunto: "Dopo averli bersagliati di bombe, la casa si è trasformata in un lago di sangue. C'è chi è morto subito, chi è rimasto ferito ed è morto dissanguato".
As-Sammuni ha spiegato che le forze di occupazione sioniste hanno impedito l'arrivo delle ambulanze per soccorrere i membri della famiglia massacrata, nonostante gli appelli della Croce Rossa: molti sono rimasti a sanguinare per 24 ore e solamente questa mattina sono sopraggiunti i soccorsi.
Nell'eccidio, ha raccontato Naeb, sono morte sua moglie Hanan, sua figlia Huda, sua madre Rizqa, e la maggior parte dei suoi fratelli e dei suoi cugini.
Il dott. Haitham Dababesh, che era tra i soccorritori dell'ospedale ash-Shifa di Gaza, ha dichiarato che da ieri sera, cioè dal momento del bombardamento della famiglia as-Sammuni, "abbiamo coordinato i soccorsi con la Croce Rossa, ma non siamo risusciti a raggiungerli fino a questa mattina".
I soccorritori, al loro arrivo, hanno trovato una situazione terribile: un vero massacro, molte vittime. Il dott. Dababeh ha aggiunto che la sala di attesa dell'ospedale ash-Shifa, il più grande di Gaza, non riusciva a contenerle tutte.
Nel quartiere az-Zaitun si temono altri massacri: quell'area è nel mirino del fuoco israeliano sia da terra sia dal cielo. Gli abitanti temono per la loro vita e non riescono ad abbandonare le loro case minacciate di uccisione di massa.

(Fonte:Infopal)

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Gaza 2009

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NON E' ANCORA SUFFICIENTE?

( vittima fosforo bianco )

A cura di Giellegi
Questo è un articolo sul Times (è forse sbilanciato in senso antisemita? Rinnega la condanna dell'Olocausto?). Semplicemente, qualche volta, la verità (sulla criminalità degli aggressori) trapela; poi, in genere, non se ne parla più.

<<Nell'offensiva di terra nella Striscia di Gaza l'esercito israeliano starebbe usando i controversi proiettili al fosforo bianco per creare spesse cortine fumogene ma che possono anche causare terribili ustioni. Si tratta delle stesse munizioni impiegate dagli Usa in Iraq nel novembre del 2004 a Falluja.
E' quanto rivela il britannico Times ricordando che in base al Trattato di Ginevra del 1980 il fosforo bianco "non puo' essere usato come arma di guerra nelle aree popolate da civili, anche se non ne e' vietato l'impiego appunto come cortina fumogena o come bengala per illuminare le aree" dove operano le truppe.
In realta', secondo il Times, vengono usate nelle aree urbane "per snidare i cecchini o quanti restano appostati tra le macerie per far esplodere gli ordigni improvvisati" al passaggio delle truppe. Israele ha riconosciuto di aver usato il fosforo bianco nel Libano meridionale durante la disastrosa guerra dell'estate del 2006 contro le milizie sciite di Hezbollah. "Impiegare tali proiettili in un'area delle aree piu' densamente popolate del mondo come la Striscia di Gaza - scrive il giornale conservatore - alimentera' ulteriormente le critiche contro l'offensiva israeliana che ha gia' causato almeno 2.300 feriti". I proiettili danno vita a "esplosioni fantastiche, causano tanto fumo ostacolando la vista del nemico e consentendo alle nostre truppe di avanzare", ha spiegato un esperto di sicurezza israeliano. "Se il fosforo bianco e' stato sparato in maniera deliberata sulla la gente qualcuno finira' alla Corte per i crimini di guerra dell'Aia", ha commentato l'ex maggiore dell'esercito britannico, Charles Heyman, perche' "e' anche un arma terroristica. Le gocce di fosforo bruciano al contatto con la pelle".
Tsahal ha negato l'uso del fosforo, ma non ha voluto precisare il tipo di armi adottate limitandosi a ribadire che "Israele usa munizioni autorizzate dal diritto internazionale", ha detto il portavoce, capitano Ishai David. Tra i militari il fosforo bianco viene chiamato 'Willy Pete' fin dalla I Guerra mondiale ed e' stato ampiamente utilizzato dagli Usa nel Vietnam.
Il fosforo bianco viene conservato sott'acqua o in azoto perche' a contatto con l'aria brucia perché a contatto con l'ossigeno presente nell'aria produce anidride fosforica generando calore. L'anidride fosforica reagisce violentemente con composti contenenti acqua (come i copri umani) e li disidrata producendo acido fosforico. Il calore sviluppato da questa reazione brucia la parte restante del tessuto molle. Il risultato e' la distruzione completa del tessuto organico.>>

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" Il governo israeliano e' un pericolo per la pace nel mondo "
di Giulietto Chiesa

Solidarietà al popolo palestinese
L'assalto sanguinoso, e vile, di Israele contro la popolazione della striscia di Gaza è una vergogna per la comunità internazionale che ha permesso che avvenisse e che non ha fatto nulla per impedirlo e per fermarlo.
La stampa occidentale descrive gli eventi con la stessa, intollerabile faziosità con cui raccontò l'aggressione georgiana contro l'Ossetia del Sud, lo scorso agosto.
Vorrei che si ricordasse che la Russia fu condannata dal Parlamento Europeo per reazione "sproporzionata". Cosa firmeranno adesso i parlamentari europei che allora firmarono quella condanna? Se ne rimarranno in silenzio?
La mia solidarietà piena va al popolo palestinese, Popolo martire.
Il governo israeliano, con questo ennesimo massacro, dimostra di essere un pericolo per la pace del mondo. E, come accade sovente agli stupidi, finisce per essere un pericolo per se stesso, come tutti coloro che ignorano non solo la legge internazionale, ma anche la storia dei popoli.

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Dal Basso un primo passo

18 dicembre - Iniziativa a San Cesareo (Castelli romani – Roma), con la partecipazione delle segreterie delle Federazioni dei Castelli romani del PdCI e del PRC, per discutere sull'unità del PdCI e PRC verso la riunificazione in un unico grande Partito Comunista.

Fosco Giannini all'iniziativa PdCI-PRC (parte prima)

Fosco Giannini all'iniziativa PdCI - PRC (parte seconda)

Fosco Giannini all'iniziativa PdCI - PRC (parte terza)

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Quando avremo colonizzato il paese, tutto quello che agli arabi resterà da fare e darsi alla fuga come scarafaggi drogati in una bottiglia (Raphael Eitan, Capo di Stato Maggiore delle forze armate israeliane, ''New York Times'', 14/4/1983).

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PULIZIA ETNICA: LA VERA STORIA DI "SDEROT" E "ASHKELON"

Sderot e Ashkelon, i due avamposti di colonizzazione sionista più prossimi alla Striscia di Gaza, sono due tappe obbligate per tutti i più ubbidienti giornalisti in questi giorni di aggressione israeliana. Mentre recitano il ridicolo copione dell'Israele aggredita in "casa propria" dai "temibili missili di Hamas", ovviamente non ricordano che su quelle stesse terre sorgevano villaggi palestinesi vecchi di secoli che hanno subito la pulizia etnica da parte del nascente stato sionista durante la Nakba del 1947-1948. Ce lo ricordano la blogger palestinese-americana Umkahlil e il sito Palestine Remembered. N.d.r. ( Leggi articolo )

DI UMKAHLIL

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Italia : Sgarbi ad Agrigento

Caro Piero, cari ragazzi di qml.

sono Giuseppe Gati', 22 anni, il contestatore di Vittorio Sgarbi ad Agrigento. Vi allego un breve resoconto della serata.
Con alcuni amici l'altro giorno mi sono recato presso la biblioteca comunale di Agrigento per contestare con volantini e videocamera Vittorio Sgarbi. Ci siamo soffermati su due punti in particolare: la condanna in via definitiva per truffa aggravata ai danni dello stato, e quella in primo e secondo grado, poi andata prescritta, per diffamazione del giudice Caselli. Dopo quasi due ore di ritardo ecco che arriva, in sala la gente rumoreggia e fischia. Subito dopo aver preso la parola, naturalmente con qualche volgarità annessa, inizia la nostra contestazione. Nel video non si vedono o sentono certe cose. Sono stato subito preso e spintonato da un vigile, mentre qualcuno tra la folla mi rifilava calci e insulti. Sgarbi, prima chiedeva che venisse sottratta la videcamera alla mia amica, e dopo cercava lui stesso di impossessarsene. Ma è importante sapere cosa succede dopo. I miei amici vanno via perchè impauriti, mentre io vengo trattenuto dai vigili. Si avvicina un uomo in borghese, che dice di appartenere alle forze dell'ordine e cerca di perquisirmi perchè vuole la videocamera (che ha portato via la mia amica). Io dico che non puo' farlo e lui mi minaccia e mi mette le mani addosso. Arriva un altro personaggio, e minaccia di farmela pagare, ma i vigili lotengono lontano. Dopo vengo preso e portato in una sala appartata della biblioteca, dove la polizia prende i miei documenti e il telefonino. Chiedo di vedere un avvocato
(ce n'era addirittura uno in sala che voleva difendermi), per conoscere i miei diritti, ma mi rispondono di no. Mi identificano piu volte e mi perquisiscono. Poi mi intimano di chiamare i miei amici, per farsi consegnare la videocamera, ma io mi rifiuto. Arriva di nuovo il presunto appartenente alle forze dell'ordine in borghese e mi dice sottovoce che lui dirà di esser stato aggredito e minacciato da me. Non mi fanno parlare, non mi posso difendere. Dopo oltre un'ora e mezza mi dicono che non ci sono elementi per essere trattenuto ulteriormente, mi fanno fermare il verbale di perquisizione e mi congedano con una frase che non posso dimenticare: ''Devi capire che ti sei messo contro Sgarbi, che è stato onorevole e ministro!''.

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